martedì, 07 marzo 2006

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Un'opera, quella dell'Alta Velocità, che ormai va avanti per moto proprio, fra la retorica del "non bisogna restare indietro" e interessi che c'entrano poco con un piano razionale, non solo ferroviario, dei trasporti. La legge obiettivo che esautora i poteri locali doveva riguardare 4 o 5 opere, non 200. I fantomatici clienti dell'Alta velocità. I veri problemi sono attorno alle conurbazioni. Intervista a Maria Rosa Vittadini.

Maria Rosa Vittadini è docente di Tecniche di analisi urbane e territoriali presso la Facoltà di Architettura di Venezia, Dipartimento di Pianificazione del territorio. Dal 1998 al 2002 è stata Direttore generale del Servizio Valutazione dell'impatto ambientale del Ministero dell'Ambiente. Fra gli altri incarichi ricoperti, è stata Presidente del Gruppo di lavoro "Ambiente e Territorio" nell'ambito della Commissione Intergovernativa italo-francese per la realizzazione della linea ferroviaria Torino-Lione (1996-2000).


Quando nasce l'idea dell'alta velocità in Italia?
Il primo episodio di linea ferroviaria ad alta velocità è stata la Roma-Firenze, nata da una legge anticongiunturale del 1968 con due principali obiettivi: sostenere l'economia del Paese attraverso una consistente spesa pubblica e mettere le ferrovie, dal punto di vista del finanziamento, sullo stesso piano delle autostrade, che avevano goduto fino a qual momento condizioni di assoluto favore. Bisogna ricordare infatti che il finanziamento delle ferrovie, allora FS azienda di Stato, richiedeva apposite leggi, nelle quali il costo di ciascuna opera era fissato per norma. Poiché la forte inflazione di quei tempi erodeva velocemente il valore del denaro, le somme stanziate non erano mai sufficienti a completare le opere, che per lo più procedevano con esasperante lentezza, attraverso successive leggi finanziamento. Tutt'altra vicenda per le autostrade. Queste erano finanziate mediante l'affidamento a un concessionario che avrebbe dovuto ripagarsi attraverso il pedaggio nell'arco
  trentennale di durata della concessione. Alle entrate da pedaggio si aggiungeva un contributo pubblico a fondo perduto dell'ordine del 30-35% dell'investimento; scaduti i trent'anni l'infrastruttura doveva tornare nell'ordinaria amministrazione dello Stato. Ma qualora la concessionaria non fosse stata in grado di far quadrare i bilanci, la garanzia dello Stato sui mutui provvedeva a salvare la concessionaria dal fallimento. Questo meccanismo garantiva quindi la realizzazione dell'autostrada nella sua completezza anche quando i costi si rivelavano assai superiori a quelli previsti nel piano finanziario oppure quando il traffico si rivelava assai inferiore. Questa prassi di assoluta irresponsabilità delle concessionarie autostradali era così diffusa e così preoccupante per l'equilibrio dei conti pubblici che negli anni Settanta si ebbero, in rapida successione, diverse norme di blocco della costruzione di nuove autostrade che sono rimaste in vigore fino a tutti gli anni Novan
 ta. La modalità "straordinaria" di finanziamento della linea ferroviaria Firenze-Roma nella legge anticongiunturale del 1968 cercava di rincorrere il modello autostradale, cosa che tuttavia non renderà più veloce la realizzazione della nuova linea, durata circa vent'anni. Ancora è bene ricordare che gran parte delle difficoltà e dei costi della Firenze-Roma derivavano dalla scelta di dedicare la nuova linea a un traffico misto di treni passeggeri e merci. La presenza dei treni merci richiedeva pendenze limitate, con un massimo di otto per mille, e dunque, nell'ambiente orografico dell'Appennino centrale, una successione continua di viadotti e gallerie. Quella scelta, pure assai costosa, individuava nel trasporto delle merci una delle grandi priorità dell'ammodernamento ferroviario e metteva l'Italia all'avanguardia nella innovazione tecnologica delle ferrovie sulle lunghe distanze.
L' impostazione "mista" delle nuove linee ferroviarie veniva del tutto stravolta negli anni Ottanta, al tempo della maturazione del complessivo progetto Alta Velocità. Di fronte alla continua perdita di quote di mercato delle ferrovie italiane non erano infrequenti teorizzazioni, non solo provocatorie, circa la razionalità di abbandonare la ferrovia tradizionale, considerata una tecnologia del passato. Secondo tali teorie l'unica componente che poteva essere salvata erano quei 5-6000 chilometri di ferrovia che raccordavano le grandi città e che erano, allora come oggi, la sola parte intensamente usata dei circa 16.000 chilometri di rete. Linee nuove, ad alte prestazioni (250-300 km/h), dedicate esclusivamente ai passeggeri, avrebbero trovato una domanda disposta a pagare, così da rendere remunerativo l'investimento. L'entrata in esercizio del TGV francese, specializzato per il solo traffico passeggeri, forniva negli stessi anni un riferimento di successo.
In questo clima iniziale nasce il progetto italiano dell'Alta Velocità ferroviaria (AV), formato dalla grande T delle linee da Torino a Venezia e da Milano a Napoli a cui poi si era aggiunta la Milano-Genova. Le nuove linee ricalcavano idealmente il tracciato delle linee forti della rete tradizionale, ma erano da esse tecnologicamente, funzionalmente e societariamente separate: sul presupposto che l'infrastruttura più moderna, ad alta velocità, si sarebbe ripagata con i proventi del traffico e che per questo poteva essere affidata in concessione ad una società a maggioranza di capitale privato: la TAV (Treno Alta Velocità, 60% di capitale privato e 40% di capitale pubblico).
Il finanziamento "modello autostradale" aveva fatto scuola.
Nella lunga evoluzione del progetto si può leggere bene l'assoluta insussistenza del presupposto del finanziamento privato e il faticoso affievolimento successivo dei criteri di separatezza: i primi progetti erano nuove linee lontane da quelle esistenti, con pochissimi raccordi, e pochissime fermate. La Torino-Milano-Venezia, ad esempio, doveva permettere il passaggio di treni a 300 all'ora senza altre fermate che in quelle tre città. Peccato che la domanda interessata a questo modello di esercizio fosse irrilevante, mentre la domanda scambiata tra i nove capoluoghi di provincia o di regione posti lungo la linea fosse assai intensa, ma di percorrenza medio-breve, assai poco avvantaggiata dall'altissima velocità prevista.
Man mano che il progetto AV entrava nel merito dei problemi, nell'analisi della domanda, nel problema dei costi, man mano che si capiva come le nuove linee si integravano con il territorio e con il resto del sistema dei trasporti, l'impostazione separata veniva meno. A questo contribuiva l'intenso dibattito sviluppato dai tecnici più attenti, come Guglielmo Zambrini e dalla cultura ambientalista. Un dibattito attento non solo agli aspetti ambientali, ma anche alle conseguenze in materia di politica dei trasporti, di economia, di costi sociali. Sotto l'insieme di queste spinte il progetto si è un po' modificato. Perciò oggi non si può dire che l'alta velocità sia totalmente separata. Le interconnessioni con le principali città ci sono, anche se la separatezza sussiste ancora nella differente tensione di alimentazione tra linee vecchie e linee nuove e nelle caratteristiche dei tracciati che impediscono la completa inter operabilità per il trasporto merci. Non c'è dubbio che se
 il progetto AV fosse nato con l'obiettivo di far rendere al meglio i 16.000 chilometri di ferrovia esistenti, sarebbe stato un progetto completamente diverso.
Nel 1997-1999 c'è stata una Verifica, attuata da una commissione composta da tecnici nominati in parte dal Ministero e in parte della TAV, su richiesta del Parlamento. I risultati non sono stati molto favorevoli.
Il progetto che si era andato definendo, come ho detto, prevedeva un treno a 250-300 chilometri all'ora, con pochissime interconnessioni, "intrinsecamente specializzato" per i passeggeri e alimentato con una tensione diversa rispetto a quella delle linee esistenti. Le merci potevano passare solo di notte e dovevano essere merci leggere. La giustificazione di tali caratteristiche si basava ancora una volta sul presupposto del finanziamento privato: c'è un mercato per queste alte velocità e una domanda disposta a pagare. Poiché si tratta di un'impresa capace di autofinanziarsi, la realizzazione dell'alta velocità non sottrae risorse ad altre priorità del sistema dei trasporti, come il trasporto di merci o i servizi per i passeggeri locali, ai quali anzi verranno lasciate le linee esistenti
Nella verifica parlamentare molti di questi aspetti sono stati smentiti. Il re era nudo davvero: emerse che la velocità di 250-300 all'ora rispondeva più a un'ansia di primati che non a qualche reale necessità. La domanda di lunga e lunghissima percorrenza, quella interessata alle altissime velocità, era infatti assai modesta; sussistevano invece grandi quantità di domanda potenziale sulle distanze medie e brevi e soprattutto per le merci. Emerse anche che i costi erano fortemente sottostimati e che il finanziamento privato era privo di qualsiasi credibilità. Tuttavia la Verifica si inserì in un periodo in cui, per quanto riguardava la linea Milano-Napoli, i progetti erano molto avanzati ed era evidente la necessità di un aumento di capacità nella Milano-Bologna e nella Firenze-Bologna. Su quelle tratte la domanda c'era, anche se in gran parte formata da passeggeri di medio-breve distanza e da merci. Si temette che pretendere un rifacimento dei progetti avrebbe portato ad ann
 i di ritardo. Si concordò quindi con la necessità di portare avanti i progetti iniziati, riservandosi di vedere nella gestione come migliorare le cose. Invece sulla Torino-Milano-Venezia, i cui progetti era molto meno avanzati, le conclusioni della Verifica indicavano la possibilità reale di modificare l'impostazione progettuale. Questa possibilità si infranse rapidamente contro l'enorme scoglio costituito dalla preoccupazione dei general contractors di fronte a qualunque cambiamento dei progetti. Infatti nuovi progetti avrebbero necessariamente riaperto la questione dell'affidamento mediante gara, mettendo in forse i contratti già stipulati senza alcuna gara. La difesa di questi interessi si tradusse nella difesa strenua del progetto, così che i cambiamenti furono davvero modesti e l'unica vera innovazione fu il passaggio terminologico da Alta Velocità ad Alta Capacità.
Ma qual è la differenza fra l'alta capacità e l'alta velocità? Il progetto è sempre lo stesso, ma cambia nome man mano che si scopre che i flussi prima di persone, e poi di merci, non sono sufficienti a giustificarle. Fino ad avere l'impressione che le esigenze di trasporto non abbiano alcun rilievo per la decisione di costruire o meno l'opera.
Bisogna distinguere. La Milano Bologna è una linea satura, porta già 220-230 treni al giorno. I miglioramenti possibili sono marginali, ci vuole una nuova capacità. Una delle cose più interessanti emerse dalla Verifica era la necessità di ragionare in termini di rete e non di singole linee e l'individuazione delle necessità di potenziamento sulla base di concrete evidenze di saturazione delle linee e dei nodi. Secondo tale impostazione, ad esempio, non era necessario realizzare subito tutta la Torino-Milano-Venezia, ma era assolutamente prioritario potenziare il nodo da Torino fino a Chivasso, il nodo di Novara e la tratta fino a Milano; la Milano-Brescia e il nodo intorno a Venezia. Ovvero quelle tratte e quei nodi dove si sovrapponevano traffici di lunga e di breve distanza e anche il traffico merci. Non bisogna mai dimenticare che la grande emergenza del sistema nazionale dei trasporti sono piuttosto le aree metropolitane che i trasporti a lunga distanza.
Per questi ultimi le infrastrutture ci sono e basterebbe utilizzarle in maniera più efficiente. Manca invece capacità nei nodi e nelle linee che servono le conurbazioni e i grandi territori metropolitani: su quelle occorre investire prioritariamente. Dunque il risultato della Verifica parlamentare fu che per la Milano-Napoli sarebbe costato troppo tornare indietro, ma che invece era necessario cambiare la logica della Torino-Venezia. Il governo in carica in quel momento, un governo di centrosinistra, si oppose ferocemente a quello che chiamava "lo spezzatino", ovvero l'intervento sulle sole tratte e nodi prioritari. Nonostante il fatto che sulla Torino-Milano, ad esempio, la tratta tra Chivasso e Novara fosse assai scarica. Purtroppo il governo di centrosinistra decise, per la Torino-Milano, di partire con la realizzazione della parte centrale, la Torino-Novara-Malpensa, sotto l'egida delle Olimpiadi, ovvero proprio la parte che serviva di meno.
Questa è una logica perversa, ma è una logica persistente, che riecheggia in molte posizioni oggi espresse sulla Torino-Lione. Posizioni basate su atmosfere e suggestioni, inconsistenti ricami intorno alla parola "strategico", e portate avanti, purtroppo, da un amplissimo arco di politici di diverso orientamento, che non si preoccupano affatto di capire qualcosa sulla consistenza della domanda, sulla possibilità reale di trasferire traffico dalla strada alla ferrovia, sui costi e sui benefici e sulla loro distribuzione. E, ovviamente, neppure sugli impatti ambientali. Sono posizioni che raccontano di sogni, di atmosfere, non di cose. "La linea è strategica per il futuro del Paese": che cosa vuol dire? "E' strategica per portare dal sopra le Alpi al sotto le Alpi il traffico di transito": a me pare un danno piuttosto che un obiettivo. Qual è il disegno del sistema dei trasporti che deve servire il sistema delle città, delle attività, delle necessità di accesso, dell'insieme di
  condizioni e di obiettivi che giustificano, per i trasporti, la parola "strategico"? Di questi problemi non si parla: si parla solo di infrastrutture, di autostrade o di nuovi binari, di buchi: si parte dall'opera. L'opera, senza il disegno al quale l'opera stessa deve servire, è sempre programmaticamente sbagliata.
Di che cosa ha bisogno l'Italia?
Anche ammesso che io potessi, con estrema presunzione, ritenermi l'unico tecnico capace in questo Paese, cosa molto lontana dalla realtà, la questione non è solo tecnica, e forse neppure prevalentemente tecnica. E' soprattutto una questione politica: di disegno strategico-economico e territoriale, da costruire e da condividere tra Stato e Regioni e tra Amministrazioni e collettività amministrate. Il fatto che questo disegno non esista è il segno della disgregazione profonda di questo Paese, che bisogna superare, perché senza questo siamo molto in difficoltà, qualsiasi cosa ci si appresti a fare.
La Torino-Lione mi sembra un buon esempio. Ho partecipato personalmente a una commissione intergovernativa italo-francese, quando ero al Ministero dell'Ambiente, che doveva fornire indicazioni sulla fattibilità della linea. Anzi, i governi non avevano chiesto alla commissione di valutare la fattibilità, ma di valutare quali caratteri dovesse avere quella linea per essere in grado di far transitare 40 milioni di tonnellate l'anno di traffico merci. Non si trattava, si badi bene, di valutare se esistevano 40 milioni di tonnellate l'anno, ma quali erano le caratteristiche di una linea in grado di portarle. E poi i governi hanno chiesto qualche buon consiglio su quando quella linea, che doveva portare 40 milioni di tonnellate, fosse logicamente piazzabile nel tempo. Il braccio operativo della Commissione era Alpetunnel, che svolgeva i lavori di indagine, di geognostica, ecc. La Commissione aveva poi istituito tre gruppi di lavoro che dovevano indirizzare e valutare i lavori di Al
 petunnel. C'era il gruppo "tunnel" , che si occupava dell'ingegneria dello scavo e dello smarino, il gruppo "economia e finanza" che doveva verificare gli aspetti della domanda e della copertura dei costi e un terzo gruppo "ambiente e territorio", di cui io ero presidente, e che doveva occuparsi degli aspetti ambientali. Tutte persone perbene, capaci di fare il loro mestiere. Il parere finale della Commissione, comunicato ai due governi nel Rapporto del 2000, non era quello di non fare la linea. Il parere diceva invece che una linea tale da portare 40 milioni di tonnellate di merci era fattibile, ma che occorreva tener conto di una serie importante di indicazioni: senza profonde modificazioni della politica dei trasporti la nuova infrastruttura non sarebbe servita a nulla. Perché a renderla utile non basta una politica meramente ferroviaria, ma una politica globale del sistema dei trasporti, una politica di scoraggiamento e tariffazione del traffico stradale, una politica di
  trasferimento dalla strada alla ferrovia. Solo un insieme coerente di tali misure non ferroviarie potrebbero rendere l'opera strategica. In assenza di questa politica - e in questo momento la vedo assolutamente assente- si tratta solo di buttare via soldi, di fare un'opera che condividerà la stessa triste sorte di tutti i valichi ferroviari che oggi abbiamo a disposizione, cioè di valichi utilizzati per il 30-40 per cento della loro potenzialità. E' questo che vogliamo? Cominciando a ragionare nel merito della parola strategicità si dovrebbe arrivare a un disegno totalmente diverso. Questo non vuol dire che la Torino-Lione non vada fatta. Vuol dire che può essere fatta solo all'interno di un disegno che oggi non c'è. Vuol dire che oggi non è prioritaria, e tutta l'accelerazione impressa a questo progetto è francamente incomprensibile.
Sempre stando all'interno della vicenda della Val di Susa, che mi sembra molto emblematica, bisogna fare un passo indietro sulle procedure di approvazione del progetto previste dalla Legge Obiettivo, che sembrano fatte apposta per suscitare reazioni delle popolazioni locali come quelle della Val di Susa. La legge Obiettivo nasceva per sveltire i tempi per opere ritenute coralmente necessarie e che avevano lungaggini incomprensibili per veti contrapposti. La Legge Obiettivo costituiva quindi una procedura di contingentamento dei tempi per la progettazione e per la valutazione di alcune poche opere, da realizzare in fretta perché erano presenti tutte le condizioni di fattibilità, finanziamento compreso. Ci saranno state tre o quattro opere, in tutto il Paese, a possedere queste caratteristiche. Ebbene, la legge Obiettivo ha avviato progetti per oltre duecento opere. Un numero elevatissimo, che di strategico non hanno nulla. Però, proprio perché questa è la sua finalità, dal mom
 ento in cui l'opera entra nell'elenco della legge Obiettivo, comincia una procedura che oltre al contingentamento dei tempi, prevede anche l'accentramento di tutte le procedure di valutazione ambientale al solo progetto preliminare. Procedure che poi non saranno ripetute al momento del progetto definitivo. Si tratta di un autogol anche dal punto di vista degli scopi della Legge Obiettivo, ovvero della riduzione dei tempi. Il progetto della Val di Susa è emblematico: ti pare possibile che il Cipe decida che quell'opera è ambientalmente compatibile e dopo averlo deciso, vada a fare i sondaggi per vedere se c'è l'amianto? Questo è incredibile. I sondaggi per vedere se c'è l'amianto devono essere fatti nell'ambito del progetto preliminare, che poi va sottoposto alla valutazione dell'impatto ambientale. Allora puoi coinvolgere la popolazione e mostrare che se scavi lì con quell'accorgimento, con quella tecnologia, non c'è pericolo. Il problema di come si prendono le decisioni, in
  questo modo, non solo non migliora ma in qualche misura genera conflitto.
Si ha l'impressione che questi profondi errori di democrazia non si vogliano affatto modificare nel caso di un cambio di governo. Quando si ripete: non tutte le leggi verranno cambiate, si ha la sensazione sgradevole che ci si impunterà sul maggioritario o proporzionale, e cose del genere, ma che invece la legge Obiettivo piaccia a troppi e faccia comodo al peggio di entrambe le coalizioni, continuando una tradizione di scarsa trasparenza nel campo delle opere pubbliche, in continuità con sistemi come quello delle concessionarie autostradali.
Terrei separati i due piani, quello del finanziamento e quello delle decisioni e della semplificazione delle procedure che la legge Obiettivo ha introdotto. Per quanto riguarda la semplificazione delle procedure penso che tu abbia perfettamente ragione: l'ha fatta il governo di destra ma poteva farla anche quello di sinistra.
Tuttavia sono convinta che il prossimo governo di sinistra non possa usare questa legge così come è stata usata finora. Perché, al di là del disaccordo che si può avere su queste semplificazioni, il problema è di capire a quali opere esse possano essere applicate. Un'estensione così generalizzata di "strategicità" -tutte le opere sono ormai strategiche- porta al paradossale risultato che non ci sono più priorità, e che quindi l'ordine reale delle priorità, al momento di selezionare le cose da fare con le risorse comunque scarse, deriverà da qualche altra logica. Questa logica "altra" tuttavia non farà più parte di nessun piano né di nessuna decisione democraticamente trasparente: vinceranno gli interessi più forti. Credo che questa maniera di decidere sia un deficit di democrazia che nessun governo di sinistra possa permettersi. Il problema sarà un problema di scelta, di che cosa fare, e anche che cosa non fare. E soprattutto mettere a punto una visione, una condivisione tra
 territori, soggetti, interessi -non si devono demonizzare gli interessi, ma essi devono concorrere all'interesse di tutti e non sottrarre risorse collettive per l'interesse proprio.
Si tratta di un lavoro difficile, che richiede davvero gli strumenti che io chiamo "piano" -non saprei definirli altrimenti- perché sono convinta che il piano è il luogo in cui si decide sull'uso delle risorse scarse e sulla risoluzione di conflitti, che esistono sempre, per l'utilizzazione di tali risorse. Nel piano si deve decidere esprimendo il massimo interesse per la collettività. Chiamiamolo "Piano generale dei trasporti" o in qualunque altro modo, ma è la costruzione di questo piano che manca. Perché il piano generale dei trasporti che avevamo messo in pista nel 2001, che c'è ancora, era solo il primo passo verso un reale insieme di decisioni, un reale piano. Il PGTL aveva proposto riforme, molte, e tutte orientate in una sola direzione: l'indebolimento del potere monopolistico dei protagonisti attuali della gestione e della realizzazione delle infrastrutture di trasporto nel nostro Paese. Le proposte di riforma riguardavano il sistema e le modalità di appalto delle in
 frastrutture e dei servizi delle concessionarie autostradali, delle gestioni aereoportuali, delle ferrovie. Tutti poteri che oggi giocano ognuno per sé, e che invece devono essere ricondotti a un disegno comune. Il disegno, il piano, deve dire che cosa deve essere fatto prima e perché. Nella mia visione delle cose la priorità vera, la vera emergenza, è l'enorme ritardo su tutta la questione del funzionamento dei trasporti delle città, delle aree metropolitane. Una questione del resto fortemente connessa al problema delle infrastrutture per le lunghe distanze. Si pensi solo al caso della tangenziale di Mestre, che è stata chiamata la "strozzatura della Val Padana" perché tutto confluisce lì e crea una congestione micidiale. La tangenziale sconta tutto il disordine insediativo del territorio tra Mestre, Venezia, Padova, Treviso. La conurbazione veneziana scarica camion e automobili sulla tangenziale, perché non c'è nessun'altra alternativa di mobilità, nessun'altra attrezzatur
 a per muoversi convenientemente in un territorio che è fatto di dispersione, di articolazione, di molti centri. L'enorme ritardo nel provvedere ai trasporti locali fa sì che questo traffico vada a finire tutto sulle infrastrutture che abbiamo fatto per andare lontano.
Allora abbiamo due possibilità, o fare un'altra infrastruttura per andare lontano e attendere che si riempia di movimenti che vanno vicino, perché non avremo fatto nient'altro, oppure fare infrastrutture per muoversi sul territorio su distanze brevi e scaricare in questo modo le infrastrutture che vanno lontano. Sono visioni completamente diverse che richiedono confronti di scenari: misuriamo i risultati in termini di costi, di effetti ambientali, di qualità della vita per le persone e per le attività. Questi sono i ragionamenti che dobbiamo ancora fare. In mancanza di questa prospettiva di Piano condivisa succede che quando si propone qualche cosa, qualsiasi cosa, si scatena un'opposizione generalizzata da tutte le parti. Data la situazione, è fatale che sia così.
Antonio Tamburrino ha scritto, in un articolo sulla rivista "Il Mulino", che il ritardo dell'Italia nel dotarsi di un sistema di trasporto pubblico è segno del fatto che è rimasta indietro nell'attuazione di una democrazia sostanziale, che richiede un trasporto pubblico di massa, in grado di rendere funzionali le società.
Io avevo riposto molte speranze nell'introduzione della valutazione ambientale dei piani dei programmi (VAS) che è la direttiva europea del 2001, perché essa introduce una maniera nuova di fare i piani, che devono essere omogeneamente orientati verso la sostenibilità. Si tratta di una procedura di costruzione dei piani capace realmente di orientare verso la sostenibilità le azioni che partono da tutti gli attori che agiscono in tutti i settori: dalla gestione del territorio, dalla creazione delle infrastrutture, dalla produzione di energia, alla gestione agricola.
La VAS orienta i contenuti di piano in maniera che vadano in modo consapevole, strutturato, verso il raggiungimento degli obiettivi che la collettività si pone. Questa a me sembrava una straordinaria occasione. Ne abbiamo avute altre, che non hanno avuto gli esiti sperati. La VAS mi pare oggi uno strumento reale, e quindi adesso sono molto interessata ai problemi dell'applicazione di questa nuova norma, a come le Regioni la stanno applicando, a come lo Stato sta, anzi non sta, recependo la normativa. Quindi se dovessi riassumere in uno slogan, direi: un piano territoriale dei trasporti accompagnato da una valutazione ambientale strategica, insieme nazionale e regionale. Questo è ciò che vorrei davvero impegnarmi a fare.
Tu hai partecipato alla stesura del piano nazionale dei trasporti in vigore, che nella sua fase preparatoria aveva per la prima volta cercato un coinvolgimento di tutti i soggetti interessati e portato allo stesso tavolo Ministeri dei trasporti, dei lavori pubblici e dell'ambiente, una cosa ovvia di per sé, ma mai fatta prima in Italia. Quando è morto il piano dei trasporti?
Il PGTL era nato come Piano di riforme e di disincrostazione del sistema dai monopoli che tutt'oggi caratterizzano i nostri gestori e realizzatori di infrastrutture. Il Piano non era andato al di là di proposte di riforma e della indicazione di criteri generalissimi, che avrebbero dovuto trovare successive sedi normative e programmatorie di applicazione. Verso la fine dell'elaborazione del Piano però si profilavano le elezioni. Man mano che si avvicinava la data delle elezioni, si faceva sempre più pressante l'esigenza politica di rendere concreto quel piano nell'unico modo in cui oggi la nostra politica è capace di rendere concreti i piani, cioè nell'elenco di infrastrutture, che non rispondevano in nessun modo alle riforme, agli obiettivi proposti dal piano, o se rispondevano era casuale. Non c'era nessuna connessione logica, ma l'elenco si allungava ogni giorno. Tanto è vero che quando il Cipe nel 2001 lo approva, lo fa con una clausola molto importante e che viene totalme
 nte di-
sattesa, che dice che tutti gli atti di programmazione che nascono da quel piano avrebbero dovuto essere sottoposti a una valutazione ambientale strategica, cosa che in realtà non succede mai. Perché era del tutto casuale il risultato del fare tutte quelle infrastrutture che non avevano nessuna relazione con ciò che stava nel piano.
Quindi, quando Berlusconi è apparso con le sue matite colorate a Porta a Porta e ha disegnato le sue opere, ha esposto in modo spettacolare progetti approvati dal centro sinistra?
Molte opere di Berlusconi sono del piano dei trasporti. E la legge Obiettivo si è innestata sul piano esistente. Benché la legge Obiettivo sia una barzelletta perché dice che le sue norme si applicano a tutte le opere strategiche, dopodiché definisce le opere strategiche come "quelle inserite nella legge". Ma il fatto che le opere strategiche sono "automatica variazione" del piano generale dei trasporti, che viene mantenuto in vita attraverso questa formulazione, vuol dire che non c'è più nessun piano. Quindi la legge Obiettivo segna la definitiva morte che però era già cominciata verso la fine della legislatura.
In Italia c'è una convinzione abbastanza diffusa che le grandi opere non si facciano perché sono utili al bene del Paese, ma a gruppi di interesse privati. Perché l'Unione Europea si fa strumentalizzare a sostegno di un sistema così lontano dai suoi?
Vorrei spendere una parola benevola, anche se è molto difficile, rispetto all'Unione Europea e al suo ruolo. Se si va a vedere che cosa effettivamente dice la Ue, ad esempio del corridoio da Lisbona a Kiev, non c'è nessuna presunzione che ci sia un traffico pendolare fra queste due località. In realtà dice che quello è un corridoio, cioè un asse sul quale uno dopo l'altro sono allineati luoghi interessanti, pieni di persone e di attività. Poli che scambiano tra loro intensi movimenti di merci e di persone, ma per lo più su distanze medie o brevi. Quindi il corridoio è una direttrice importante e la Ue invita i Paesi ad apportare miglioramenti in modo coordinato e coerente lungo quella direttrice, col presupposto che tali miglioramenti servano principalmente le necessità di ciascuno dei territori attraversati. Quindi il corridoio, in termini reali, è il coordinamento di tanti interventi utili a ciascuno dei tanti poli e territori attraversati: un luogo dove devono convivere co
 n la massima efficienza trasporti di brevi, di medie e di lunghe distanze.
Nel momento in cui, rispondendo alle brevi o medie distanze si fa anche spazio a un percorso più lungo e continuo, ben coordinato, che va da Lisbona a Kiev, ben venga: è una ricaduta positiva. Credo che la nascita dei corridoi sia stata questa. Dopodiché noi italiani, con una deformazione tipica, usiamo la Ue come una clava per dire che è l'Europa a chiederci infrastrutture che bypassano gli interessi locali: cioè esattamente il contrario della proposta della Ue. E' un problema di informazione, di rapporti fra stati e Ue e anche qui c'è una reale carenza di democrazia. Quando i Ministri italiani vanno a implorare alla Ue che venga inserita nelle priorità TEN (Trans European Network) la Torino-Lione,vanno a contrastare una posizione Ue contraria a tale inserimento, vista la scarsa utilità, gli alti costi e l'arretratezza dei progetti di questa linea. Ma il Governo italiano si impone battendo i pugni sul tavolo e torna dicendo che l'inserimento della Torino-Lione tra le priorit
 à è una grande vittoria. Invece è una sconfitta, per l'Europa e per la collettività italiana. Dopo ci viene detto che la Torino-Lione è un interesse della UE e quindi chi si oppone si oppone non solo all'Italia ma anche all'Europa. E' un gioco troppo facile ed esclusivamente imperniato su giochi mediatici e sulla "strategicità" da salotto di cui si parlava prima.
Chi paga l'alta velocità?
Questo è un problema grossissimo. All'inizio lo slogan era: esiste una domanda che richiede questi servizi e quindi è disposta a pagarli. La proporzione prevista dei finanziatori era: 60&% privato, che si sarebbe remunerato, e 40% a fondo perduto dello stato, che non si sarebbe remunerato. Un affare privato con un finanziamento anche statale, perché un interesse pubblico comunque c'è.
Man mano che la cosa è andata avanti, la partecipazione delle banche e dei privati in TAV non c'è stata, tanto è vero che oggi il 100% è pubblico. Ciò fa una grande differenza, perché l'intervento di privati imprenditori fonda la sua razionalità sul fattore "rischio". Io rischio il mio capitale perché ritengo di trovare un mercato che remuneri la mia impresa; poi se va male ci rimetto il mio capitale. Negli investimenti pubblici al 100% questo non si può e non si deve fare, il rischio non ci deve essere. Deve essere ben chiara la priorità degli obiettivi che si vogliono raggiungere e deve essere dimostrato che l'intervento non solo li raggiunge ma che non esistono altre soluzioni per ottenere ciò a costi più bassi.
Ma il finanziamento del 100% di TAV da parte dello Stato ci avrebbe condotto a "sforare" i parametri di Maastricht. Allora nella finanza creativa del governo è stata inventata Infrastrutture S.p.a, detta anche comunemente ISPA, una società per azioni, la cui totalità delle azioni appartiene alla Cassa depositi e prestiti. ISPA ha il compito di raccogliere fondi dal sistema bancario che passa ai realizzatori dell'alta velocità, sul presupposto che quando le linee saranno costruite, chi userà il treno pagherà e quindi l'intervento produrrà un reddito. In attesa dell'entrata in esercizio delle linee la copertura degli interessi, che comunque occorre pagare da subito, viene garantita completamente dallo Stato. Il reddito derivante dall'esercizio dovrà essere dato a ISPA perché possa restituire il capitale e gli interessi presi a prestito dal sistema bancario; se le entrate non saranno sufficienti provvederà lo stato a metterci il resto.
Questo meccanismo è stato pensato sul presupposto che ISPA non facesse parte dello Stato, e quindi l'indebitamento di ISPA per realizzare il sistema AV non sarebbe gravato sul bilancio statale e quindi non avrebbe influenzato i parametri di Maastricht. Ma Eurosat ha già informato ufficialmente di non essere disposto ad avallare questo escamotage e di considerare l'indebitamento di ISPA come parte dell'indebitamento dello Stato italiano: quindi il giochetto non funziona più.
Oggi ISPA ha a suo carico il finanziamento delle linee ad alta velocità già in costruzione e i conti della stessa società dicono che il rendimento delle linee coprirà circa il 50% dell'investimento. Il che significa che il 50% è a carico pubblico. Io credo che sarà meno del 50%, perché i costi sono in crescita costante. In particolare per quanto riguarda la Milano-Genova e la Torino-Lione il meccanismo ISPA fa prevedere una copertura futura del 15%: ISPA stessa si è rifiutata di accollarsi il finanziamento di queste due opere. Infatti nella delibera Cipe di approvazione della Torino-Lione c'è scritto che i finanziamenti provengono direttamente dal bilancio dello Stato, che peraltro non li ha. Si tratta dunque di un finanziamento del tutto teorico.
Occorre avere ben chiaro che il meccanismo di finanza creativa messo in piedi con ISPA è una specie di bomba a scoppio ritardato. Oggi noi stiamo costruendo le linee AV, ma il costo per la collettività di queste opere si manifesterà dopo il 2010 quando le opere saranno finite. Che cosa succederà quando bisognerà restituire quei denari? E quando quei denari provocheranno livelli di indebitamento destabilizzanti? Allora i nodi verranno al pettine e sarà evidente la selezione fra le cose che sono state fatte e quelle che non si potranno più fare perché mancano i soldi.
In quel momento diverranno evidenti i costi della non democrazia. Non sarebbe meglio pensarci prima?

postato da: linodigianni alle ore 09:12 | Permalink | commenti
categoria:documenti, scienziati notav
martedì, 17 gennaio 2006

Osvaldo Pieroni e Alberto Ziparo
16 gennaio 2006

E' più che mai necessario mettere in pratica quanto Walter Benjamin auspicava ormai tre quarti di Secolo fa: "tirare il freno d'emergenza per bloccare il treno dello sviluppo". Forse senza fare la rivoluzione, ma con un azione apparentemente più soft ma altrettanto politicamente e scientificamente capillare, dal basso, che ci faccia riscoprire la ricchezza depositata nel patrimonio territoriale, piuttosto che continuare a distruggerlo per produrre beni e servizi materiali che non sappiamo più dove mettere e che ci stanno soffocando.
E' questo il tema portante del Forum nazionale sullo Sviluppo Sostenibile organizzato non a caso in Val di Susa da una serie di forze culturali, territorialiste, ambientaliste, tra cui la Rete del Nuovo Municipio insieme ai comitati territoriali NO TAV e ai sindaci della Val di Susa. Incontro che sarà caratterizzato dal gemellaggio tra coordinamento NO TAV, per la tutela della Val di Susa, e quello NO PONTE, per la difesa dello Stretto di Messina.
Ad interpretare e spiegare il concetto di Benjamin, è stato invitato Gianni Vattimo che può sancire il suddetto gemellaggio date le sue origini calabresi (il padre è di Cetraro) e valsusine (per parte di madre): non sappiamo se l'autorevole filosofo potrà essere presente di persona al meeting, ma è certo che sarebbe interessante ascoltare il suo parere sulle implicazioni di quel pensiero sul terreno dell'attualità politica.
Il programma dell'Unione, infatti, dovrebbe sostanziare il pure plurienunciato concetto di sostenibilità ambientale ed economica con una serie di azioni conseguenti; che invece si intravedono soltanto con molta fatica, almeno nelle bozze fino ad adesso circolate.
In generale dovrebbe essere accantonata definitivamente l'ubriacatura da mercato che ha pervaso molto centro-sinistra nelle ultime fasi, tra l'altro con risvolti tipicamente nazional-clientelari, per cui finiva per essere criterio dirimente per le decisioni importanti l'assoluto e zelante adempimento dei dettami legati agli interessi delle grandi lobby economico-finanaziarie (il cui favore diventava titolo di merito per il politico, pure "di sinistra") con esiti quali quelli risaltati all'onore delle cronache, per esempio nel caso Unipol-BNL.
Bisognerebbe voltare drasticamente pagina, riscoprire la domanda sociale, chiedersi cosa significa sostenibilità dello sviluppo in un paese drammaticamente avviato sulla via della deindustrializzazione; con le classi dirigenti, specie economico-finanaziarie, più in dissolvenza che in profonda crisi. E' il caso forse di riguardare alle potenzialità del più grande capitale fisso posseduto dal Paese, ovvero il suo patrimonio culturale e ambientale, storico e paesaggistico, artistico e territoriale, sociale e intellettuale, e perché no, pubblico e conviviale. E comprendere che un programma politico può e deve muovere necessariamente da questi temi, in senso non astratto, ma territorializzandoli sui patrimoni sociali e ambientali delle diverse regioni e sulle identità dei diversi contesti, come sono appunto la Val di Susa o lo Stretto di Messina.
In tale logica può costituire riferimento interessante quanto sta progettando la coalizione guidata da Rita Borsellino in Sicilia: un programma in cui i piani paesaggistici e territoriali a livello regionale e provinciale forniscono le linee guida per lo sviluppo locale sostenibile. Analogamente il programma nazionale dell'Unione dovrebbe essere l'esito di politiche regionali e sub-regionali con grande attenzione a quanto proposto dalle istanze di base, anche "deistituzionalizate ed insorgenti".
Alcuni punti di tale programma possono riguardare direttamente l'organizzazione del territorio: trasporti, energia, rifiuti, paesaggio, urbanistica, agricoltura,etc.
Per quanto riguarda il tema che interessa direttamente Val di Susa e Stretto di Messina insieme ai molti altri contesti nazionali investiti e disastrati dalle grandi opere del programma Lunardi-Berlusconi, si deve andare molto oltre ciò che si è fin qui acquisito nelle intenzioni del centro-sinistra: un sostanziale accantonamento del Ponte e forse del MOSE di Venezia, un incerto "si vedrà" sulla TAV in Val di Susa e sugli altri segmenti più improbabili dell'alta velocità, la conferma di molte opere strategiche e speciali dell'attuale governo. Va invece cancellata definitivamente e senza indugi tutta la Legge Obiettivo con i suoi risvolti programmatici: tra l'altro essa è stata pochissimo attuata (sono state eseguite poco meno del dieci per cento delle opere previste, per altro per operazioni già avviate dai precedenti governi di centro-sinistra che riguardano quasi unicamente le tratte principali dell'Alta Velocità e la Salerno-Reggio Calabria). Si sono confermati, infatti, i molti dubbi in termini di attuabilità tecnica e politica e di legittimità sociale ed ambientale che erano stati sollevati durante il dibattito sulla legge: non basta infatti semplificare fino all'azzeramento gli iter procedurali e gestionali, urbanistici, ambientali, amministrativi: i problemi e gli ostacoli non si cancellano, forse si deistituzionalizzano, quasi certamente si accrescono fino ad ingigantirsi. Dialettica democratica e dibattito istituzionale spariscono per fare posto a questioni di ordine pubblico e dissensi sempre più vasti. Ma, come ormai cinque anni di Legge Obiettivo insegnano, le opere non partono. E allora cancelliamo questo strumento (insieme a molti altri provvedimenti infausti e illegittimi del governo Berlusconi -chiedere a Paul Ginsborg) e avviamo subito le pratiche per un vero piano nazionale dei trasporti, che si può progettare presto partendo dalla reale domanda sociale di mobilità, in forma sostenibile e con l'assoluto coinvolgimento degli abitanti, specie dei contesti maggiormente investiti dalle opere.
Questa logica di pianificazione dal basso, sostenibile e partecipata, esito del coordinamento di azioni regionali e locali, può costituire l'approccio che caratterizza la nuova fase politica e che segna prima di tutto i settori programmaticamente più problematici, quali energia, smaltimento dei rifiuti, localizzazione di impianti a rischio, organizzazione funzionale del territorio.
Il tutto, però, deve essere calato in una logica, economica e ambientale, che tiene conto del passaggio di fase: la nuova economia sostenibile deve essere conseguenza dell'applicazione della formula latouchiana delle "sei R": recupero, riqualificazione, riciclo, ristrutturazione, riuso, risanamento.
Dal punto di vista della valorizzazione del patrimonio territoriale questo significa, tra l'altro, attuare quanto Renzo Piano, che non è né un ambientalista né un territorialista, propone come necessità emergenziale: "Dobbiamo ridare un senso estetico a tutta la schifezza che abbiamo realizzato nell'ultima parte della modernità!" Che può voler dire ritrasformare in luoghi gli spazi insensati della ormai abnorme e pervasiva città diffusa, sullo spazio nazionale (e non solo). Altro che continuare a distruggere le nostre valli e le nostre coste.

 http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_5477.html

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lunedì, 09 gennaio 2006
Nei giorni scorsi abbiamo anticipato l’intervista ad Antonio Calafati, professore di Economia dell’università Politecnica delle Marche . Nell’aula del corso di Analisi delle politiche pubbliche il professore è entrato con La Stampa, la Repubblica e il Corriere della Sera con l’intento di indagare con i suoi studenti le ragioni del Si-Tav.

Ecco come ha risposto, insieme al contributo di due studenti, alle domande di Unimagazine.it

- Perché professore Calafati ha deciso di fare questo esperimento di lettura con i suoi studenti e qual era il centro dell’indagine? Perché indagare le ragioni del sì?

Stavo finendo la parte metodologica del corso di Analisi delle politiche pubbliche quando è esploso l’interesse dei media intorno alla “Tav in Val di Susa”. Sono andato in classe con i tre maggiori quotidiani nazionali – Corriere della Sera, La Repubblica e la Stampa – e ho letto insieme agli studenti alcuni articoli sul tema, come esercizio. Ma siamo rimasti così sorpresi dalle cose che leggevamo! E ho capito che sarebbe valsa la pena dedicare le lezioni rimanenti a questo caso. Ho cercato le “ragioni del sì” per un motivo semplice. Tecnicamente, si era di fronte ad una decisione “già presa”. Quindi era metodologicamente corretto cercare le ragioni del sì, cioè le ragioni con le quali la decisione era stata argomentata ai livelli politici e tecnici pertinenti. Ai miei studenti volevo mostrare loro come le argomentazioni del decisore pubblico affioravano nel discorso pubblico.

- Che cosa risulta da questa indagine? Ce lo fa raccontare da un suo studente?

(Damiano Luzzi studente)

Gli articoli analizzati a lezione, eccezion fatta per quello di Luciano Gallino, hanno dato a noi studenti l’impressione di una certa mediocrità del giornalismo italiano in questo momento. I motivi sono, forse, da imputare alla politicizzazione delle testate, le quali sembravano riflettere le posizioni dei maggiori partiti politici italiani. La politicizzazione ha comportato, come abbiamo potuto constatare per l’argomento “TAV in val di Susa”, prese di posizione superficiali. Non abbiamo trovato ragionamenti o informazioni a sostegno delle scelte delle redazioni dei giornali. Non è certo da sottovalutare, però, la scarsa conoscenza dei giornalisti relativamente ad argomenti complessi.

(Erika di Ruscio studentessa)
Tra le riflessioni interessanti suscitate dalla nostra “indagine” ciò che colpisce di più è che, di fronte ad un’opera di così grande portata, siano mancate pertinenti informazioni sui fatti, argomentazioni corrette ed esaurienti riguardo alle “ ragioni del si”. Attraverso la lettura non si è venuti a conoscenza di analisi di modelli degli effetti, di un’ipotetica funzione di preferenza sociale e, soprattutto, di concetti come diritti di proprietà, negoziazione, compensazioni. Certo è che la realizzazione dell’opera causerà danni alla popolazione locale soprattutto dal punto di vista ambientale, ma non si è parlato di una loro quantificazione e conseguente negoziazione per compensare i cittadini di tali costi. Forse manca uno studio di fattibilità tecnico-economica o, per lo meno, esso non è stato ancora divulgato.

- Professore quanto le ragioni del sì sono nascoste?

Le “ragioni del sì” non sono nascoste in luoghi inaccessibili. Si tratta di procedure pubbliche quelle che stanno dietro a queste decisioni. I documenti dove la decisione è argomentata dovrebbe essere molto facile rintracciarli. Ci sono – ci dovrebbero essere – studi di fattibilità, memorie, delibere, pareri. Facile per un giornalista ritrovarli. Non sono state utilizzate neanche le fonti ufficiali accessibili con un clic (ad esempio, quelle che si trovano nel sito web dell’Unione Europea). Certo le fonti bisogna raggiungerle – e questo ha un costo anche quando sono facilmente accessibili. Ma per un investimento infrastrutturale così importante si possono anche sostenere dei “costi di indagine”. Poi, certo, il valore, la pertinenza, l’attendibilità del contenuto di questi documenti sono un’altra storia.


- Approfondendo il livello dell’analisi quanto le ragioni del si sono nascoste dal sistema dei media volontariamente o involontariamente per trascuratezza?

Ciò che certo colpisce, da una lettura comparata dei quotidiani, è l’allocazione delle risorse nelle redazioni dei quotidiani. Si dedicano pagine intere alle intemperanze di un giocatore di calcio o ad altri argomenti altrettanto futili e non si fanno approfondimenti su argomenti di attualità molto importanti. Difficile da comprendere – soprattutto quando l’opinione pubblica si mostra così interessata. C’è qualcosa di più della trascuratezza. Abbiamo letto dei pezzi senza metodo, logica, contenuto empirico. Personalmente credo sia un problema organizzativo. I quotidiani non hanno adeguato la loro organizzazione – e il loro metodo di lavoro – alla complessità dei problemi della società contemporanea. E ciò costringe i giornalisti ad “improvvisare”. E poi c’è questa consuetudine di scrivere editoriali su argomenti che richiedono altre forme di comunicazione.
Molti giovani, mi sembra, pensano invece che si tratti di una “scelta politica”: i quotidiani non hanno nessuna intenzione di informare. E, coerentemente, non li leggono.



- Ci piacerebbe avere l’opinione del docente e dello studente a confronto. Professore Calafati perché per la sua indagine ha scelto la carta stampata e non la comunicazione televisiva? E capovolgendo il punto di vista chiediamo agli studenti: avreste fatto una scelta diversa?

(Calafati) Non ho alcuna familiarità con la televisione, confesso. E comunque, per motivi strettamente tecnici, sarebbe stato molto più difficile condurre un’indagine di questo tipo sui programmi televisivi. Altrettanto difficile sarebbe stato condurla sui programmi radio. Comunque l’idea di iniziare questo percorso di riflessione con gli studenti l’ho avuta ascoltando alla radio Luciano Gallino e Donatella della Porta discutere del tema della “Tav in Val di Susa” ospiti di Fahrenheit – ecco Fahrenheit, con la sua piccola redazione, è un modello di giornalismo.

(Damiano Luzzi)
Personalmente mi tengo informato quasi esclusivamente con i telegiornali. Però, la scelta di analizzare l’informazione su carta stampata è stata sicuramente giusta. La ricerca e l’analisi di informazioni su tre quotidiani è sicuramente più fattibile, in un’aula universitaria, della visione e dell’ascolto dei telegiornali. Un’alternativa plausibile sarebbe stata la ricerca in Internet ma è da considerarsi troppo dispersiva e senza garanzie sufficienti riguardo l’attendibilità dell’informazione.

(Erika di Ruscio)
Probabilmente la Televisione è un mezzo di comunicazione più diretto e più potente del quotidiano, ma per condurre un’indagine di questo tipo sui programmi televisivi, compresi i telegiornali, si impiegherebbe in effetti troppo tempo, e non riuscirebbe ad essere ugualmente efficace.


- Professore come giudica il rapporto tra mondo universitario e mondo reale? Qual è il livello e la qualità del dialogo?

Ci sono tanti livelli ai quali “mondo universitario” e “mondo reale” hanno una relazione. Forse ci sono persino troppe relazioni, ma non tutte sono pertinenti, non tutte sono utili. Nel campo delle politiche pubbliche, in particolare in Italia, l’Università non svolge né un ruolo formativo né un ruolo critico rilevante – con le dovute eccezioni, naturalmente. Poi, certo, l’Università garantisce ancora – e questo è fondamentale – lo spazio che si vuole per itinerari di ricerca, analisi ed insegnamento innovativi e liberi. E, alla fine, la qualità delle relazioni con il mondo reale dipende dai soggetti che entrano in gioco, sono un fatto soggettivo – di singoli studiosi, singoli gruppi di ricerca – più che un fatto istituzionale. L’Università è un sistema così complesso e differenziato, oggi, da non essere più un livello di descrizione rilevante. Si devono osservare le facoltà, i dipartimenti, gli istituti di ricerca, le persone.
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martedì, 27 dicembre 2005

da Diario 11 giugno 2004

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L'inchiesta vecchio stile
Tutto quello che avreste voluto sapere sulla più grande mina vagante per i conti pubblici del Paese...
di Alberico Giostra
Assorbiti dalle disavventure finanziarie della Fiat prima, di Cirio, Parmalat e Alitalia poi, ci siamo dimenticati della più grande mina vagante dei conti pubblici del nostro Paese: il treno ad alta velocità.


Terminati i lavori costerà circa 80 miliardi di euro e la collettività ne pagherà i debiti fino al 2040, al ritmo di 2 miliardi e 300 milioni di euro l’anno. Nato da una costola della madre di tutte le tangenti, lo scandalo Enimont, tra interessate distrazioni e complicità, è sopravvissuto alla crisi del 1992, a Mani pulite e alla più massiccia ondata di privatizzazioni d’Europa. E infine a se stesso, ovvero alla caduta della bugia che lo ha sorretto dall’inizio: che si trattasse di un’opera finanziata al 60 per cento dai privati. Ormai nemmeno alla Tav negano che l’opera sarà tutta a carico dello Stato, ovvero di Infrastrutture spa, mentre le maggiori imprese di costruzione del Paese lucreranno per molti anni ancora vantaggi economici ingiustificabili.
Secondo i giudici perugini è la Tangentopoli 2, ma quali siano i corrotti e i corruttori è ancora da chiarire. Il maxiprocesso di Perugia, che raccoglie indagini iniziate a La Spezia nel 1996 e che dovrà rispondere a questa domanda, procede assai lentamente.

Acqua. I lavori della tratta Firenze-Bologna, che prevedono l’apertura di una galleria di 73 km con relative gallerie di servizio, hanno finora provocato la perdita di 73 milioni di metri cubi di acqua di falda (settembre 2003). Attualmente le perdite ammontano a 700 litri di acqua al secondo. La Procura di Firenze ha chiesto il rinvio a giudizio di 63 persone per aver danneggiato 24 corsi d’acqua con scarichi di sostanze tossiche e per averne depauperato o essiccato il corso in modo anche irreversibile. Di questi 63, 16 sono tecnici del Consorzio Cavet, titolare dei lavori della tratta e composto dalle aziende Impregilo, Fiat Engineering, Consorzio ravennate di Produzione e lavoro e Cooperativa muratori e cementisti. Secondo la Procura i responsabili dei lavori non hanno fatto approfonditi studi idrogeologici, hanno omesso di sospendere i lavori una volta avvertita la gravità dei problemi e non hanno monitorato i corsi d’acqua inviando alle autorità le risultanze. Notevoli preoccupazioni sorgono ora in relazione all’attraversamento sotterraneo delle città di Firenze e Bologna.

Amato Giuliano. La sua Finanziaria del 1993 elargì 9 mila miliardi di lire alla Tav. Per evitare che, trascorso il termine del 31 dicembre 1992, si facessero gare internazionali (V.) tre suoi ministri – Barucci, Reviglio e Tesini – si riunirono d’urgenza il 29 dicembre, attribuendo senza gare tutti i lavori. Il ministro del Bilancio Reviglio puntò i piedi ottenendo almeno una gara per la Milano-Torino, l’unica non ancora appaltata. Per la Fiat significava rischiare di perdere 3 mila miliardi. Il 2.2.93 Gianni Agnelli chiamò al telefono Amato. Parlarono 20 minuti. Amato resistette alle richieste di Agnelli. Ma il governo Amato cadde e quella gara non si fece mai.
Amato diventò poi presidente dell’Antitrust e, chiamato a giudicare l’architettura societaria della Tav, il 10 gennaio 1996 si liberò della questione con due righe di testo: l’indagine conoscitiva sulla Tav è chiusa; è tutto a posto. Nel novembre 2000 il suo Governo introdusse finalmente le gare europee nelle tratte non ancora appaltate.

Anatomia. 888 km la lunghezza delle linee veloci; 254 km già in esercizio e da adeguare (Roma-Firenze); 634 in realizzazione (To-Mi, Mi-Bo, Bo-Fi, Ro-Na); 143 km le nuove gallerie di linea; 491 i nuovi viadotti, i ponti, le trincee e i rilevati; 58 km le 15 nuove interconnessioni; 7 regioni attraversate; 18 province attraversate; 150 i comuni attraversati (esclusi quelli sulla Roma-Firenze); 228 km le barriere antirumore; 280 di nuove strade al servizio dei cantieri; 1.664 ettari di interventi a verde.

Aricò Natale. Controllore della Corte dei conti. Nel 1995, mentre l’organo supremo della magistratura contabile si stava occupando della Tav, venne cooptato da Necci ai vertici di Metropolis, la società immobiliare delle Fs.

Bond-Tav. Il prestito di 5 miliardi di euro lanciato lo scorso gennaio da Infrastrutture spa, per il finanziamento dell’Alta velocità.

Camorra, penetrazione della. È l’ex giudice Ferdinando Imposimato a denunciare in una relazione per la Commissione parlamentare antimafia che la camorra campana aveva messo le mani sui lavori della tratta Tav Roma-Napoli e su 10 mila miliardi di lire. È il 27 luglio 1995.
Secondo Imposimato la torta sarebbe stata divisa per sei decimi tra i partiti, tutti meno Rifondazione e Lega, mentre i rimanenti quattro decimi erano per camorristi, mafiosi, affaristi e faccendieri. La camorra penetrò attraverso i subappalti avuti da Icla e dalla Società Condotte dell’Iri, con la fornitura di materiali e il noleggio di autoveicoli, estorcendo danaro in cambio di tranquillità e nascondendosi dietro aziende decotte per riciclare danaro sporco. Un ruolo importante lo rivestì anche la società Calcestruzzi di Ravenna caduta in mano alla mafia siciliana. La relazione di Imposimato non fu mai né discussa né votata dalla Commissione. Le indagini della Dda napoletana il 18 marzo 2003 hanno prodotto 6 condanne e 14 assoluzioni.
Tra i condannati i boss camorristi Pasquale e Antonio Zagaria, titolari della Edilmoter, società legata alla Icla. Il 13 giugno 2003 130 uomini delle forze dell’ordine hanno ispezionato i cantieri Tav della Roma-Napoli. Sono state identificate 300 persone molte delle quali con precedenti penali e il sospetto che il clan camorristico dei Moccia controlli i subappalti sta avendo delle conferme.

Castellucci Giorgio. Sostituto procuratore della Procura di Roma. Fu il primo magistrato ad aprire un fascicolo giudiziario sulla Tav in seguito alla denuncia di Luigi Preti della primavera 1993. Si accordò con Antonio Di Pietro per dividere l’inchiesta: a Roma quella sulle procedure di costituzione della Tav, a Milano quella sulle tangenti negli appalti dell’Alta Velocità.
L’inchiesta di Di Pietro restò nel cassetto dopo la sua uscita dalla magistratura mentre Castellucci proseguirà con tempi e modi particolari. Nel dicembre 1993 chiese una proroga alle indagini. Il gip Augusta Iannini gliela concesse disponendo l’iscrizione sul registro degli indagati di Ercole Incalza e Emilio Maraini. Castellucci rifiutò e mantenne il procedimento a carico di ignoti. L’8 luglio 1994 chiese l’archiviazione dell’esposto di Preti, ma il gip Iannini respinse la richiesta. Il 5 maggio 1995 reiterò la richiesta di archiviazione ma il 23 dicembre il reggente dei gip, Carlo Sarzana, dispose un’ulteriore proroga delle indagini. Castellucci si decise a iscrivere nel registro degli indagati Incalza e Maraini, ma poi tornò alla carica e il 17 febbraio 1996 chiese una nuova archiviazione. Il 25 marzo Sarzana dispose invece il rinvio a giudizio dei due manager. Sei mesi dopo Castellucci finì nei guai, accusato di aver percepito soldi per far archiviare l’inchiesta: è ora sotto processo a Perugia.

Cirino Pomicino Paolo. L’autore dell’architettura economico-finanziaria della Tav. Dopo aver coinvolto Fiat, Iri e Eni, 21 banche e le maggiori imprese di costruzioni, si dovette a lui, allora ministro del Bilancio, la prima grande bugia, che la Tav fosse un affare privato. Così si potè affidare a trattativa privata l’incarico ai General Contractor (V.), altra invenzione pomiciniana.
Poi ‘O Ministro ricicciò la «concessione di sola costruzione» e la «concessione di sola progettazione e costruzione» (V.) utilizzate nella ricostruzione post terremoto in Campania e con cui Tav affidò i lavori a Fiat, Iri e Eni e questi a loro volta affidarono gli appalti ai sette consorzi. Secondo le norme europee le concessioni erano appalti e ci sarebbe voluta una gara, ma non per Pomicino & C. L’invenzione assoluta il ministro del Bilancio la partorisce quando si tratta di scegliere il contratto tra Fs e Tav coniando la «concessione per lo sfruttamento economico» (V. alla voce Tav).

Comitato dei nodi e aree metropolitane. Una delle due authority inventate da Necci il 23.1.1992. Ne facevano parte Susanna Agnelli (in evidente conflitto di interessi essendo la Fiat General Contractor Tav) Carlo Maria Guerci, Giuseppe De Rita e Renzo Piano. L’altra era il Garante dell’Alta Velocità, impersonata da Romano Prodi per soli tre mesi. Le due trovate di Necci furono contestate dal collegio dei revisori dei conti Fs per il costo: 9 miliardi di lire.

Concessione di costruzione e progettazione. È il cuore delle discusse soluzioni contrattuali su cui è cresciuto l’affare Tav e costituisce un’anomalia tutta italiana, estranea a ogni normativa e logica di mercato. Viene sperimentata da Cirino Pomicino (V.) in Campania e codificata dalla legge 80/1987 voluta da Claudio Signorile, legge poi condannata dalla Corte europea di Giustizia. Con la giustificazione dell’urgenza ed eccezionalità delle opere, il concessionario, a differenza di quanto accade nei normali appalti, gode di funzioni proprie del committente pubblico: direzione dei lavori, espropri, progettazioni. Tutto meno la gestione dell’opera che è invece la peculiarità dei contratti di concessione tradizionali e grazie alla quale l’impresa recupera i soldi spesi per la costruzione. Insomma si tratta di appalti mascherati: le imprese hanno poteri pubblici e non sono sottoposte ai controlli ad esempio di un direttore dei lavori espresso dalla Pubblica amministrazione. Risultato: qualità scadente e costi altissimi. Questo perché quando un’impresa deve recuperare con la gestione quello che ha speso nella costruzione ha tutto l’interesse nel far bene i lavori e nel farli costare il meno possibile.
Nell’affare alta velocità le concessioni di sola costruzione e progettazione regolano i rapporti tra la Tav spa e i General Contractors (V.) mentre tra le Fs e la Tav spa vige una concessione di sola costruzione.

Costi. Quando il treno ad alta velocità fu presentato, il 7 agosto 1991, il costo previsto era di 26.180 miliardi di lire. Poi iniziò l’escalation dei costi. Le tratte (dati Tav) sono passate dai 9.254 milioni di euro del 1991 a 23.241. I nodi ovvero le nuove stazioni da 1.063 a 3.460.
Aumenti oscillanti tra il 300 e il 400 per cento. Ma secondo l’Istituto Qua.s.co. le cose stanno assai peggio e per le tratte si prevede una spesa di 41.050 milioni di euro e per i nodi di 7.670.
A questi vanno aggiunti 2.660 milioni per le infrastrutture aeree, 6.390 per il materiale rotabile, 9.450 di costi diretti Fs, Tav, Italferr, 2.300 di opere indotte e 8.690 di interessi intercalari (V.). Totale 78.210 milioni di euro: 151.435.676 miliardi delle vecchie lire. Un aumento del 525 per cento.

Crisci Giorgio. Ex presidente del Consiglio di Stato. Era in carica quando il 1 ottobre 1993 il Consiglio di Stato, a proposito di Tav si pronunciò sulle procedure e i tempi di entrata in vigore delle direttive europee sugli appalti. Il Consiglio di Stato in seduta plenaria prese per buone tutte le informazioni fornite da Fs a partire dal falso storico per cui la maggioranza della Tav era privata. Crisci insieme ad altri membri del Consiglio era stato collaudatore delle Fs, generosamente remunerato. Nel 1994 Berlusconi lo volle nel collegio dei tre saggi che doveva risolvere il suo conflitto d’interessi. Nel 1995 venne nominato da Dini presidente delle Fs spa.

Firenze-Bologna. La tratta più difficile. 78,5 chilometri di cui 73,3 in galleria. Doveva essere terminata nel 2003, non lo sarà prima del 2008. L’impatto ambientale nella zona del Mugello ovvero Monte Morello, il Giogo, Sasso di Castro, la conca di Firenzuola, la colla di Casaglia, Monte Beni, tutti siti di importanza comunitaria, è stato devastante e con conseguenze idrogeologiche irreversibili (V. Acqua). Gli abitanti, rimasti senz’acqua, hanno dovuto far ricorso alle autobotti e lamentano danni anche all’agricoltura e alla zootecnia. A ciò vanno aggiunti i rischi che corrono le meravigliose tombe etrusche di Sesto Fiorentino. Il progetto iniziale della tratta risale al 1995, nel 1997 è stato modificato ma la Valutazione d’impatto ambientale non è stata rifatta. Non è l’unica irregolarità tecnica e amministrativa. La galleria di soccorso non esiste e addirittura Aurelio Misiti si è rifiutato di firmare il collaudo. Le Autorità di Bacino, i servizi di Protezione civile sono stati esclusi dalla consultazione e dall’approvazione del progetto e la Asl 10 di Firenze lo è stata dalla Conferenza dei servizi. I Comuni del Mugello recalcitranti sono stati «minacciati» di perdita delle opere di compensazione e i sindaci hanno accettato i tracciati contro il parere dei Consigli comunali. Nell’Osservatorio ambientale nazionale (organo di controllo) il rappresentante della Toscana è il dirigente responsabile del Servizio infrastrutture della Regione Toscana che ha firmato la deliberazione di approvazione del progetto esecutivo Tav Firenze-Bologna (Del. n. 03884 del 24/07/1995). Controllore e controllato coincidono. Contro la previsione di legge non è stato stilato il bilancio idrico del bacino dell’Arno, ossia il confronto tra la quantità di acqua esistente nel bacino e la quantità di prelievi effettuati per i diversi usi. C’è poi la questione del Nodo di Firenze: da brivido le prospettive per il capoluogo toscano: il treno ad alta velocità le passerà nel ventre con un tunnel di sette chilometri. Oltre 1.700.000 metri cubi di inerti, 300.000 metri cubi di sabbia, 265.000 tonnellate di cemento, 110.000 tonnellate di acciaio, 372.000 tonnellate di conci prefabbricati stanno per piovere addosso alla città di Brunelleschi. I materiali di risulta da portare a discarica ammonteranno a oltre 3.800.000 metri cubi di smarino, oltre a 145.000 metri cubi provenienti da demolizioni. Per i cantieri saranno consumati 6.912.000 litri d’acqua al giorno da attingere alle falde locali. 170 edifici e la Fortezza da Basso a rischio cedimenti, una scuola demolita e tre trasferite. Il tunnel tagliando la falda locale provocherà un effetto diga con allagamenti di scantinati e fenomeni di subsidenza. L’assessore all’Ambiente della Regione Toscana ha dichiarato il 24 luglio 2002: «Nei due anni di scavo che ancora ci saranno, ci aspettano dei problemi molto gravi di impatti inevitabili e non mitigabili nella realizzazione della galleria». Se lo dice lui.

Gare europee. Sono le grandi assenti. Se si fossero fatte la Tav sarebbe costata la metà. In Spagna, con le gare europee, un chilometro di alta velocità nel 1993 costava 9,5 miliardi di lire, in Italia 26 miliardi, senza contare le stazioni, il materiale rotabile e le infrastrutture aeree. La vicenda delle gare europee comincia nel 1992 con il governo Amato (V. Amato). Reviglio e Tesini il 3 marzo 1993 si rivolsero all’Antitrust e al Consiglio di Stato che però diedero pareri favorevoli ai contratti assegnati senza gara. I successivi governi Ciampi, Berlusconi I e Prodi non faranno nulla per introdurre le gare europee. Fino all’Amato II che, grazie al ministro Bersani, stracciò gli appalti già affidati senza gara nelle tratte Milano-Genova e Milano-Verona per un totale di 10 mila miliardi di lire e bandì gare europee. La decisione produsse subito un risultato eccezionale: la gara bandita per il nodo di Bologna fu vinta da un’impresa spagnola con un ribasso del 50 per cento. La decisione del governo Amato provocò molti malumori. In aula l’Udeur di Mastella, che faceva parte della maggioranza, votò contro e il governo Berlusconi II rimise le cose a posto. Con l’art.10 della Finanziaria 2003 si ristabilì la situazione degli appalti così com’era nel 1992, evitando gare europee. L’art.10 è stato approvato nonostante il presidente dell’Antitrust Tesauro avesse giudicato l’abrogazione delle gare europee non conforme alle normative comunitarie. Tra le società escluse dal governo Amato c’era, tra le altre, l’impresa dell’europarlamentare di Forza Italia Luisa Todini. Le 32 imprese raggruppate nei 7 consorzi hanno ottenuto gli appalti nel 1992 senza gara e senza applicare ribassi, ma per assegnare le decine di appalti ad altre ditte hanno indetto delle gare e ottenuto da queste ribassi notevoli.

General Contractor. La più recente arma di distruzione di massa dei conti pubblici. Il G.C. venne inaugurato proprio con la Tav e rappresenta la peggiore soluzione possibile per i lavori pubblici, al punto che il governo Berlusconi l’ha prontamente adottato con la legge obiettivo. Il G.C. è un concessionario con l’esclusione della gestione ed è una soluzione tecnica che favorisce le imprese e svantaggia il committente pubblico perché il G.C. ha tutti i poteri del committente pubblico nella gestione dei subappalti, nella direzione dei lavori, negli espropri ecc. ma non ha poi la gestione diretta dell’opera e dunque non ha nessun interesse a far bene i lavori e a spendere il meno possibile per recuperare più in fretta possibile i soldi spesi. Pomicino aveva teorizzato e messo in pratica questo metodo con le concessioni di sola committenza, con le quali l’impresa era retribuita con una percentuale del costo finale dell’opera, tra il 17 e il 25 per cento. Per cui più l’opera costava più l’impresa guadagnava. Questa percentuale con la legge obiettivo è stata portata al 100 per cento. Gli effetti sui conti pubblici li avvertiremo nei prossimi anni.

Incalza Ercole. Ex presidente della Tav ed ex direttore generale del ministero dei Trasporti. Attuale consulente del ministro Lunardi, secondo De Michelis è il più importante tecnico italiano dei trasporti. Già implicato negli scandali delle opere fantasma di Italia 90, il 7.2.1998 fu arrestato su mandato dei giudici di Perugia. Accusato di concorso in corruzione insieme a Necci (V.), Pacini Battaglia (V.), Maraini (V.) avrebbe corrotto l’ex capo dei gip di Roma Squillante e il pm Giorgio Castellucci (V.) che dovevano indagare sulla Tav, Incalza e Maraini hanno affidato per quattro anni consulenze miliardarie a tre avvocati amici di Castellucci: Di Amato, Grollino e Petrelli. Secondo i giudici Incalza faceva parte integrante di quella «struttura bene organizzata composta da manager pubblici e privati» che manipolava gli appalti per «creare fondi extracontabili per erogare tangenti verso il potere politico che quei vertici avevano sponsorizzato e verso gli stessi amministratori pubblici per garantire il loro illecito arricchimento». Insomma il sistema Tav come, secondo i giudici, fu ideato da Necci e Pacini.

Interessi intercalari. Sono gli interessi che lo Stato sta già pagando ogni anno e che continuerà a pagare fino a quando la Tav non entrerà in funzione. Si tratta di interessi su prestiti che laTav ha avuto dalle banche e dalla Cassa Depositi e Prestiti a tassi il cui importo si conosce solo per la Cassa Depositi e Prestiti (5,5 per cento) ma che è sconosciuto per i prestiti avuti dalla Bei o dal San Paolo di Torino. La spesa prevista per gli i.i. nel 1991 era di 770.000.000 euro. Nel 2010, quando (forse) i lavori Tav saranno ultimati, avremo pagato 8.690.000.000 euro, una spesa undici volte superiore.

Lavoratori. Nel dicembre 2003 erano 13.779. Lavorano a ciclo continuo, ovvero 24 ore su 24 in squadre composte da sei operai. I turni possono impegnarli anche 48 ore di seguito e la pausa mensa non è conteggiata nelle ore giornaliere di lavoro. Le condizioni di lavoro sono usuranti: in galleria si respira male, l’aria è inquinata, l’illuminazione scarsa, i rischi molti. Vivono in prefabbricati privi di comfort e di intimità, in camerate e con docce comuni. La maggioranza di loro viene dal Sud e vive lontano dalle proprie famiglie. Ma soprattutto nei cantieri Tav si muore: l’1.2.03 al Careggi di Firenze è spirato Giovanni Damiano, 42 anni, di Benevento, padre di due figli. È solo l’ultimo in ordine di tempo. Il 31.1.00, nel tunnel di Vaglia (Fi), al Carlone, moriva Pasquale Costanzo, 23 anni, elettricista di Petilia Policastro. Il 26.6.00, moriva a Ponte Nuovo a Calenzano (Fi) Giorgio Larcianelli, camionista, 53 anni, di Scandicci. L’1.9.00 moriva nella galleria di Monghidoro Pietro Giampaolo, 58 anni, di Chieti, schiacciato dalle ruote di un camion. Il 5.1.01 moriva Pasquale Adamo, 55 anni, di Quarto (Na), sposato e padre di tre figli, stritolato dalla coclea di un posizionatore nella galleria di Monte Morello. Tutti operai dei cantieri Cavet della Fi-Bo. Il 29.11.01 la prima vittima della tratta Milano-Bologna: nel cantiere Cepav nei pressi di Campogalliano, è morto Francesco Minervino, 57 anni, travolto da un’escavatrice. Poi il 26.1.04 è morto Biagio Paglia, travolto da una ruspa a Lesignana di Modena. Il 19.4.04 è toccato a Kristian Hauber e il 10 maggio scorso Mario Laurenza, un carpentiere campano di 37 anni, è rimasto folgorato in un cantiere di Castelfranco Emilia.

Lodigiani Vincenzo. Costruttore, nome storico di Tangentopoli. Finisce sotto inchiesta per la Tav nel filone milanese delle indagini. Di Pietro viene in possesso nel 1993 della cosiddetta agenda «Paparusso», dal nome del centravanti della Lodigiani, la squadra del costruttore. In quell’agenda c’è l’elenco delle mazzette che gli imprenditori dovevano pagare per entrare nel giro degli appalti ferroviari. 1.510 milioni era la richiesta del Dc Citaristi, 1.020 quella del socialista Balzamo, 500 quella delle Cooperative Rosse da destinare al Pds. Ma erano previsti pagamenti anche ai ministri Bernini e Cirino Pomicino, al membro dc della Commissione Trasporti della Camera Cesare Cursi (125 milioni) e ai partiti minori, Msi compreso. Secondo L. questi soldi però non sono mai stati effettivamente dati. L. riferisce a Di Pietro anche delle mazzette date alla Cisl e alla Uil. 450 milioni a D’Antoni (che lo ha querelato vincendo la causa a Roma e vedendosela archiviare a Milano) e 350 alla Uil sotto forma di pubblicità sulla rivista Lavoro, circostanza che verrà negata da Giorgio Benvenuto. In cambio L. avrebbe chiesto di non creare problemi sindacali nei cantieri Tav. L. è tuttora sotto processo a Perugia. Il pm Vinci, poi deceduto, aveva indagato e prosciolto L. nell’inchiesta sui palazzi d’oro della capitale e per le sue indagini, secondo l’accusa, volutamente superficiali, fu rinviato a giudizio a Perugia. Vinci attraverso gli appunti di L. si sarebbe dovuto accorgere dei suoi rapporti con il banchiere Pacini Battaglia (l’annotazione «Karfinco 8000T Pappalardo» si riferiva al conto Timor Overseas Corp della Karfinco di Pacini), e della congerie di riferimenti all’Alta Velocità e a Necci. Vinci si difese addossando alla Procura di Milano l’insabbiamento delle indagini. Ma Pacini Battaglia è stato arrestato il 22.1.1998 su ordine della magistratura milanese per le tangenti per lo scalo Tav Fiorenza. E a Milano si è celebrato il processo. In primo grado, il 16.5.2000, L. e Necci sono stati condannati per corruzione a cinque anni di reclusione, Pacini Battaglia a quattro anni e tre mesi. Nel processo d’appello il 4.10.2001, le condanne sono state confermate ma le pene attenuate: tre anni a L., tre anni e due mesi a Necci, tre anni e tre mesi a Pacini Battaglia. Il 4.4.2003 la Cassazione ordina la ripetizione del processo a L. Necci è invece riconosciuto colpevole, ma la Suprema Corte chiede al Tribunale d’appello di attenuare la condanna a 3 anni e due mesi di carcere. La Lodigiani è stata acquistata dalla Impregilo.

Maraini Emilio. Numero uno della Italfer, la società incaricata dell’Alta Vigilanza sulla Tav. Insieme a Incalza era il dirigente Fs più vicino a Necci. «Il Munifico» lo nominò nel 1993 nonostante avesse due rinvii a giudizio a Napoli e Milano e fosse indagato a Roma. M. era stato arrestato nel 1993 dal pool Mani pulite e nel corso degli interrogatori aveva ammesso pagamenti di tangenti come amministratore delegato di Ansaldo Trasporti per partecipare ai lavori della metropolitana di Roma e per quella leggera di Milano. È stato nuovamente arrestato il 7.2.1998 per ordine dei magistrati di Perugia.[*]

Necci Lorenzo. Il padre della Tav. Ex amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato e prima ancora presidente Enimont, Lorenzo «Il Munifico» Necci ha avuto persistenti rapporti con la politica. Per anni nella direzione del Pri, poi legato ad Andreotti, attualmente milita nel Nuovo Psi di De Michelis. Necci è stato in corsa per diventare ministro nel naufragato governissimo Maccanico del 1996, ma era così utile alle Fs, che Fiat e Mediobanca posero un veto alla sua nomina per salvaguardare i 9 mila miliardi investiti nei lavori Tav. Il regno di questo potente boiardo di Stato finì il 15.9.1996 quando fu arrestato dai giudici spezzini. Un’inchiesta nata per caso indagando su un autoparco della mafia prima e su un traffico di armi poi e che vedeva coinvolto Pacini Battaglia. Il cuore dell’affare alta velocità è infatti il legame di Necci con il banchiere di Bientina dal quale riceveva 20 milioni al mese in nero prelevati da un conto doubleface con il quale Pacini pagava anche la domestica. Un prestito amichevole per pagare una casa a Parigi e un terreno a Tarquinia, ha detto Necci. Una spiegazione che non regge, per i giudici. Secondo i magistrati il sistema Necci-Pacini si metteva in moto in occasione di ogni appalto ferroviario, immettendo le tangenti raccolte in un complicato giro di conti bancari riconducibile a società offshore, soldi infine utilizzati per pagare i magistrati romani del cosiddetto «presidio giudiziario» che insabbiavano le inchieste su di loro o pubblici ufficiali come il maresciallo D’Agostino e il capitano della Guardia di Finanza Floriani. Il sistema Necci-Pacini, altrimenti detto «Tangentopoli 2», era diverso dalla Tangentopoli 1 in due punti: erano coinvolte non solo una ma tutte le maggiori imprese del Paese e per schivare il reato di corruzione e far schizzare in alto i ricavi, fu coniata la madre di tutte le bugie, che la Tav fosse un affare privato (V. alla voce Tav). Necci si è sempre dichiarato estraneo alla presunta associazione a delinquere contestatagli dai giudici e dice di essere stato assolto 42 volte. Non è vero: il 4.4.03 ha subìto una condanna definitiva per corruzione nel processo per lo scalo Tav Fiorenza (V. Lodigiani). Il 12.3.1992 infatti Necci percepì a Parigi la tangente Derwood di un miliardo e cinquecento milioni proveniente dalla Svizzera. «Sono figlio di ferrovieri», dichiarò nel 1999 Necci «e volevo portare avanti un progetto per il quale pensavo che mio padre sarebbe stato contento».

Nomisma. Società bolognese fondata da Romano Prodi indagata dal pm Geremia di Roma per aver ricevuto nel 1992 dalle Fs una consulenza miliardaria sull’Alta Velocità. Nei 39 volumi si potevano leggere frasi del tipo «il beneficio dell’alta velocità è la velocità» o «la velocità consente di risparmiare tempo». L’inchiesta della Geremia è stata archiviata.

Pacini Battaglia Pierfrancesco. Detto Chicchi, finanziere italo-svizzero. Insieme a Necci, Pacini è il grande manovratore del sodalizio d’affari che ha sorretto la Tav. «In qualche modo P.B. ha svolto il ruolo più importante dell’associazione di predatori. È riuscito ad assicurare ai suoi complici disponibilità economiche assolutamente riservate all’estero. Ha mosso una mole enorme di denaro. Ha ostacolato ogni possibile ricostruzione della provenienza del denaro. Ha custodito il denaro e lo ha smistato su fondi fuori contabilità per destinarlo al pagamento di funzionari pubblici e al finanziamento illecito dei partiti» (Imposimato, Pisauro, Provvisionato, Corruzione ad alta velocità, Koinè). L’inchiesta sulla Tav nacque a Firenze e La Spezia quando i pm Cardino e Franz indagando su un traffico di armi misero sotto controllo i telefoni di P.B : dai colloqui con la segretaria Eliana Pensieroso e con l’ex Dc e piduista Emo Danesi, emersero smistamenti di denaro di P. B. oltreché a Necci anche a magistrati e avvocati romani. Secondo i magistrati di Perugia che hanno ereditato le indagini, P.B. «l’uomo un gradino sotto dio» avrebbe ideato un unico disegno criminoso che si sviluppò dalla fine degli anni Ottanta fino al biennio 1996-97, unendo le vicende dei fondi neri dell’Eni, le tangenti ai partiti politici, gli appalti per i grandi progetti ferroviari e la corruzione di magistrati romani. È la Tangentopoli 2 alla sbarra a Perugia. L’associazione descritta dal pm Della Monica vede Pacini e Necci «attivi» fin dagli anni Ottanta a costituire provviste di denaro illecite. Necci dopo aver lasciato l’Enimont per passare alle Ferrovie, avrebbe continuato a operare con Pacini e gli altri presunti componenti dell’associazione a delinquere. I progetti Tav sarebbero stati il nuovo campo d’azione della lobby.

Portaluri Salvatore. Presidente Tav dal 1991 al 1993. Fu costretto a dimettersi da Necci per l’ostilità nei suoi confronti di Mediobanca, Imi, Banca di Roma e San Paolo di Torino che premevano per avere più consulenze. Portaluri voleva annullare i contratti con i general contractor Iri, Eni e Fiat, per indire gare europee e abbassare i costi e Mediobanca temeva che Portaluri favorisse consorzi stranieri. Portaluri voleva annullare anche i contratti con la Italferr di Maraini (V.) perché arrestato due volte.

Preti Luigi. Ex ministro Psdi nella primavera del 1993 inoltrò un esposto alla Procura di Roma nel quale denunciava le procedure seguite per la costituzione della Tav spa. Preti fu il primo ad accorgersi dei lati oscuri della Tav. L’inchiesta venne affidata al pm Giorgio Castellucci (V.).

Tav spa. La storia della Tav spa comincia il 7 agosto 1991. Nacque pronunciando un’enorme bugia, quella che i 100 miliardi di lire del suo capitale fossero al 60 per cento capitale privato e al 40 per cento pubblico. Non era vero, erano tutti pubblici. Le 21 banche presenti erano quasi tutte pubbliche e le private arrivavano al 10 per cento del capitale. La maggioranza assoluta era delle Fs, le quali detenevano il 45 per cento delle quote più il 5,5 per cento attraverso la Banca Nazionale delle Comunicazioni, la banca delle Fs. Dalla madre di tutte le bugie Tav scaturì la possibilità di affidare la costruzione delle infrastrutture a dei general contractor (V.) mediante trattativa privata. Di seguito venne propalata l’altra grande bugia, che l’opera verrà finanziata sempre al 60 per cento da capitali privati. Invece fu lo Stato a garantire «il finanziamento del 40 per cento in conto capitale, mentre il 60 per cento doveva essere ricercato sul mercato dei capitali con prestiti che ovviamente dovevano essere restituiti con interessi di mercato; poco importava anzi bastava tenere riservato il fatto che gli interessi fino alla realizzazione dell’opera dovevano essere pagati dallo Stato così come la restituzione dei prestiti doveva essere garantita dalle stesse Fs e dallo Stato» (I. Cicconi, La storia del futuro di Tangentopoli, pag.188). Nacque poi il problema di legare Fs e Tav. Le Fs dovevano finanziare solo il 40 per cento dell’opera per cui la Tav con un contratto di concessione di gestione poteva rientrare del 60 per cento sborsato privatamente tramite gli incassi della gestione. Ma per rientrare dei soldi spesi Tav avrebbe impiegato almeno 350 anni. Allora venne coniata la «concessione per lo sfruttamento economico» per giustificare il trasferimento di risorse dallo Stato alle Fs. Un trasferimento impossibile: negli accordi di programma non viene mai detto come i privati dovevano finanziare il 60 per cento né come lo avrebbero recuperato. Di fronte a questi silenzi, Eni e Iri, due dei tre general contractor, si fanno da parte, indicando delle loro società collegate, Snam e Iritecna mentre il terzo, la Fiat , firmò all’ultimo momento, il 15 settembre, solo quando ebbe la certezza della copertura da parte dello Stato. Nel dicembre 1991 vennero firmati i contratti tra Tav e i consorzi, Cepav uno e due, Iricav uno e due, Cavet, Cociv, Cavtomi, accordi di massima con una sola certezza: «Tav spa paga il 100 per cento dei costi previsti nei contratti, nessun rischio è a carico degli imprenditori» (Cicconi, op. cit., pag. 192). Il capolavoro è fatto. L’Italia potè rispettare il parametro di Maastricht che impone al 3 per cento il rapporto tra deficit e Pil ed entrare trionfalmente in Europa. Il 10.3.1998 cadde la maschera: le Fs acquisirono il 100 per cento di Tav spa e dal 1.1.2003 la Tav è entrata nell’orbita della società Infrastrutture spa con azionista unico la Cassa Depositi e Prestiti. Infrastrutture si accolla quel 60 per cento finto privato e trasforma in capitale sociale il 40 per cento pubblico, allungando al 2061 la concessione alla Tav. Lo Stato continuerà a coprire la quota relativa agli interessi intercalari fino alla conclusione dei lavori; quando la Tav funzionerà il debito sarà coperto, sia per la quota relativa agli interessi che per quella relativa al capitale, dai proventi dello sfruttamento economico. Lo Stato si farà carico anche di integrare quella parte del debito che i proventi non riusciranno a coprire (50 per cento. Appena Infrastrutture spa sarà operativa, Tav sarà finanziata con il collocamento della prima emissione obbligazionaria.

Tempi di percorrenza. Quando i treni andranno a 300 km . all’ora da Roma a Milano si impiegheranno 3 ore anziché 4 ore e mezzo; da Torino a Napoli 5 ore contro le 9 attuali. Se la stragrande maggioranza degli utenti viaggiasse lungo queste tratte la Tav potrebbe essere davvero vantaggiosa. Purtroppo l’80 per cento dei passeggeri effettua trasferte inferiori ai 100 km . In nessun Paese del mondo l’Alta Velocità ferroviaria è stata un affare. In Francia e in Giappone i treni superveloci hanno devastato i bilanci delle aziende ferroviarie, portando al fallimento quella nipponica.

Tempi di realizzazione. Secondo il sito ufficiale della Tav la Torino-Milano sarà pronta nel 2008, la Firenze-Milano entro il 2007 e la Roma-Napoli per il 2005. Pochi sono disposti a credere a queste previsioni. Non ci crede nemmeno Aurelio Misiti, che di lavori pubblici se ne intende e dopo aver ammesso che il progetto della Firenze-Bologna «non era fatto bene all’inizio» ha aggiunto: «Non credo che siamo alla fine del percorso. Siamo al 55 per cento del lavoro. Otto anni fa si è cominciato: ci sarà altrettanto da lavorare». Secondo l’ex presidente del Consiglio dei lavori pubblici i lavori dunque finiranno nel 2011. Dovevano finire nel 2003.

Terzo valico. Il terzo valico dei Giovi è una parte della Milano-Genova ( 138 km ) pari a 54 km di cui 46 in galleria a doppio foro. Secondo affermazioni mai smentite di Necci stesso (Sole 24 Ore 15.5.1991) la Mi-Ge , nonostante un iniziale progetto lacunoso e privo di attendibilità, è stata una carta di scambio per avere il via libera sulla Tav. Il progetto non ha copertura economica (servono 4.339.000.000 euro) ma intanto è già costato 415 miliardi di lire in progetti e fori pilota. Dopo la bocciatura dei primi tre progetti, nel settembre 2003 ha avuto il via libera del Cipe e dell’Ue, è rientrato nel Piano Generale dei Trasporti (marzo 2001) e nel Contratto di Programma di Rete Ferroviaria Italiana, ma i Comuni interessati non ne vogliono nemmeno sentir parlare e l’opera manca della Valutazione ambientale strategica obbligatoria per la normativa europea ed italiana. Nel 1998 i carabinieri su denuncia del Wwf hanno chiuso i cantieri e il terzo valico è finito in Procura a Milano. L’ipotesi di reato era truffa aggravata ai danni dello Stato per 100 miliardi di lire. Secondo l’accusa erano stati eseguiti dei falsi fori pilota in località Fraconalto e Voltaggio che in realtà erano gallerie di servizio, e il tutto senza alcun progetto. Inoltre i lavori eseguiti in base al finanziamento suppletivo di 100 miliardi di lire del 16 giugno del 1995 risulterebbero gonfiati del 100 per cento. I 100 miliardi erano stati stanziati dal governo Berlusconi I su pressione dell’allora sottosegretario Grillo che però nega l’addebito. Sono stati rinviati a giudizio il senatore di Forza Italia Luigi Grillo, presidente della Commissione lavori pubblici del Senato, Ettore Incalza (V.) e gli imprenditori Marcellino Gavio e Bruno Binasco. Il terzo valico lo dovrebbe costruire il Consorzio Co.civ il cui 94,5 per cento è della Impregilo di Pier Giorgio Romiti.

Tpl. Società di ingegneria da cui è iniziata la carriera di Necci. La Tpl secondo i giudici perugini era il crocevia dei traffici illeciti di denaro tra Necci e Pacini Battaglia. Secondo l’ex presidente Snam Raffaele Santoro, Necci la protesse e finanziò come fosse cosa sua. Nel 1991 la Tpl-Av stipulò un contratto che prevedeva le stesse prestazioni affidate a Italferr per la Tav : un incarico doppione del tutto inutile. Da Necci la Tpl-Av ha avuto un contratto da 60 miliardi per studi sull’Alta Velocità e solo per le attività di consulenza la Tpl-Av ricevette anticipazioni finanziarie ampiamente superiori al suo fatturato stesso: al 31.12.1996 erano ben sei miliardi di lire. Secondo i Ros, il manager Tpl Mario Delli Colli ha riciclato 3 miliardi di lire su ordine di Necci. Il suo presidente Mario Maddalonì, che ha patteggiato un anno e sei mesi per i fondi neri Eni, esercitò enormi pressioni per l’assunzione dell’ing. Savini Nicci, attuale amministratore delegato Tav.

[*]Oggi Emilio Maraini ricopre la carica di consigliere per gli affari esteri del ministro Lunardi

da www.diario.it (prima parte - seconda parte)


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sabato, 17 dicembre 2005

Il Radon (simbolo chimico Rn) in termini di classificazione chimica è uno dei gas rari, come neon, kripton e xeno. Questo gas non reagisce con altri elementi chimici, e' radioattivo, incolore ed estremamente volatile Il Radon è il prodotto dal decadimento di tre nuclidi capostipiti che danno luogo a tre diverse famiglie radioattive; essi sono il Thorio 232, l'Uranio 235 e l'Uranio 238. Il Radon viene generato continuamente da alcune rocce della crosta terrestre ed in particolar modo da lave, tufi, pozzolane, alcuni graniti etc. Sebbene sia lecito immaginare che le concentrazioni di Radon siano maggiori nei materiali di origine vulcanica spesso si riscontrano elevati tenori di radionuclidi anche nelle rocce sedimentarie come marmi, marne, flysh etc. Come gas disciolto (in acqua) viene veicolato anche a grandi distanze dal luogo di formazione e puo' quindi essere presente nelle falde acquifere. Infine e' nota la sua presenza in alcuni materiali da costruzione. Esso è il più pesante dei gas conosciuti (densità 9.72 g/l a 0°C, 8 volte più denso dell'aria). Il radon si diffonde dal suolo nell'aria e, a volte, dall'acqua (nella quale può disciogliersi). In spazi aperti, è diluito dalle correnti d'aria e raggiunge solo basse concentrazioni. Al contrario, in un ambiente chiuso, come può essere quello di un'abitazione o di una miniera, il radon può accumularsi e raggiungere alte concentrazioni. Il radon e i prodotti del suo decadimento sono la principale causa di esposizione alla radioattività naturale. La quantità di radioattività associata ad ogni tipo di materiale o ambiente è misurata in bequerels (Bq). 1Bq corrisponde a una disintegrazione al secondo. Una concentrazione di 100 Bq/m3 significa quindi che 100 atomi si disintegrano ogni secondo in 1 m3 di materiale o ambiente in questione.
L'Organizzazione mondiale della Sanita' attraverso l'IARC (International Agency for Research on Cancer)ha inserito nel Gruppo 1 degli agenti cancerogeni conosciuti. La preoccupazione relativa alla pericolosità di questo gas è rafforzata dalle statistiche americane che lo danno come secondo elemento causante tumori ai polmoni con 15.000 - 22.000 morti annui.

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categoria:radon
martedì, 13 dicembre 2005

ORDINE DEL GIORNO

 

 

 

 

I delegati della  Federazione dei lavoratori  della conoscenza (ex-Cgil scuola),  riuniti il 12 Dicembre 2005  a Torino  in occasione del Congresso di costituzione,

esprimono il loro pieno appoggio alla lotta popolare e democratica delle popolazioni della Valle di Susa  contro il  progetto di Alta velocità che si vorrebbe imporre loro.

Denunciano  la militarizzazione in atto da mesi del territorio della valle ,  per realizzare con la forza l’apertura di cantieri che non hanno a tutt’oggi  le dichiarazioni di Valutazione di Impatto Ambientale , nel più  totale disprezzo dello stato di diritto e delle regole fondamentali della democrazia.

La FLC CGIL di Torino , mentre esprime la sua convinta solidarietà con la resistenza pacifica e determinata di un’intera valle, ne chiede l’immediata smilitarizzazione , insieme al  blocco di ogni cantiere come presupposti per la ripresa del dialogo con i suoi legittimi rappresentanti, i sindaci e le istituzioni locali. Le popolazioni della valle non possono essere oggetto di scelte imposte dall’alto , rinunciando ad essere soggetti e protagonisti diretti di decisioni che rigu