martedì, 17 gennaio 2006

Osvaldo Pieroni e Alberto Ziparo
16 gennaio 2006

E' più che mai necessario mettere in pratica quanto Walter Benjamin auspicava ormai tre quarti di Secolo fa: "tirare il freno d'emergenza per bloccare il treno dello sviluppo". Forse senza fare la rivoluzione, ma con un azione apparentemente più soft ma altrettanto politicamente e scientificamente capillare, dal basso, che ci faccia riscoprire la ricchezza depositata nel patrimonio territoriale, piuttosto che continuare a distruggerlo per produrre beni e servizi materiali che non sappiamo più dove mettere e che ci stanno soffocando.
E' questo il tema portante del Forum nazionale sullo Sviluppo Sostenibile organizzato non a caso in Val di Susa da una serie di forze culturali, territorialiste, ambientaliste, tra cui la Rete del Nuovo Municipio insieme ai comitati territoriali NO TAV e ai sindaci della Val di Susa. Incontro che sarà caratterizzato dal gemellaggio tra coordinamento NO TAV, per la tutela della Val di Susa, e quello NO PONTE, per la difesa dello Stretto di Messina.
Ad interpretare e spiegare il concetto di Benjamin, è stato invitato Gianni Vattimo che può sancire il suddetto gemellaggio date le sue origini calabresi (il padre è di Cetraro) e valsusine (per parte di madre): non sappiamo se l'autorevole filosofo potrà essere presente di persona al meeting, ma è certo che sarebbe interessante ascoltare il suo parere sulle implicazioni di quel pensiero sul terreno dell'attualità politica.
Il programma dell'Unione, infatti, dovrebbe sostanziare il pure plurienunciato concetto di sostenibilità ambientale ed economica con una serie di azioni conseguenti; che invece si intravedono soltanto con molta fatica, almeno nelle bozze fino ad adesso circolate.
In generale dovrebbe essere accantonata definitivamente l'ubriacatura da mercato che ha pervaso molto centro-sinistra nelle ultime fasi, tra l'altro con risvolti tipicamente nazional-clientelari, per cui finiva per essere criterio dirimente per le decisioni importanti l'assoluto e zelante adempimento dei dettami legati agli interessi delle grandi lobby economico-finanaziarie (il cui favore diventava titolo di merito per il politico, pure "di sinistra") con esiti quali quelli risaltati all'onore delle cronache, per esempio nel caso Unipol-BNL.
Bisognerebbe voltare drasticamente pagina, riscoprire la domanda sociale, chiedersi cosa significa sostenibilità dello sviluppo in un paese drammaticamente avviato sulla via della deindustrializzazione; con le classi dirigenti, specie economico-finanaziarie, più in dissolvenza che in profonda crisi. E' il caso forse di riguardare alle potenzialità del più grande capitale fisso posseduto dal Paese, ovvero il suo patrimonio culturale e ambientale, storico e paesaggistico, artistico e territoriale, sociale e intellettuale, e perché no, pubblico e conviviale. E comprendere che un programma politico può e deve muovere necessariamente da questi temi, in senso non astratto, ma territorializzandoli sui patrimoni sociali e ambientali delle diverse regioni e sulle identità dei diversi contesti, come sono appunto la Val di Susa o lo Stretto di Messina.
In tale logica può costituire riferimento interessante quanto sta progettando la coalizione guidata da Rita Borsellino in Sicilia: un programma in cui i piani paesaggistici e territoriali a livello regionale e provinciale forniscono le linee guida per lo sviluppo locale sostenibile. Analogamente il programma nazionale dell'Unione dovrebbe essere l'esito di politiche regionali e sub-regionali con grande attenzione a quanto proposto dalle istanze di base, anche "deistituzionalizate ed insorgenti".
Alcuni punti di tale programma possono riguardare direttamente l'organizzazione del territorio: trasporti, energia, rifiuti, paesaggio, urbanistica, agricoltura,etc.
Per quanto riguarda il tema che interessa direttamente Val di Susa e Stretto di Messina insieme ai molti altri contesti nazionali investiti e disastrati dalle grandi opere del programma Lunardi-Berlusconi, si deve andare molto oltre ciò che si è fin qui acquisito nelle intenzioni del centro-sinistra: un sostanziale accantonamento del Ponte e forse del MOSE di Venezia, un incerto "si vedrà" sulla TAV in Val di Susa e sugli altri segmenti più improbabili dell'alta velocità, la conferma di molte opere strategiche e speciali dell'attuale governo. Va invece cancellata definitivamente e senza indugi tutta la Legge Obiettivo con i suoi risvolti programmatici: tra l'altro essa è stata pochissimo attuata (sono state eseguite poco meno del dieci per cento delle opere previste, per altro per operazioni già avviate dai precedenti governi di centro-sinistra che riguardano quasi unicamente le tratte principali dell'Alta Velocità e la Salerno-Reggio Calabria). Si sono confermati, infatti, i molti dubbi in termini di attuabilità tecnica e politica e di legittimità sociale ed ambientale che erano stati sollevati durante il dibattito sulla legge: non basta infatti semplificare fino all'azzeramento gli iter procedurali e gestionali, urbanistici, ambientali, amministrativi: i problemi e gli ostacoli non si cancellano, forse si deistituzionalizzano, quasi certamente si accrescono fino ad ingigantirsi. Dialettica democratica e dibattito istituzionale spariscono per fare posto a questioni di ordine pubblico e dissensi sempre più vasti. Ma, come ormai cinque anni di Legge Obiettivo insegnano, le opere non partono. E allora cancelliamo questo strumento (insieme a molti altri provvedimenti infausti e illegittimi del governo Berlusconi -chiedere a Paul Ginsborg) e avviamo subito le pratiche per un vero piano nazionale dei trasporti, che si può progettare presto partendo dalla reale domanda sociale di mobilità, in forma sostenibile e con l'assoluto coinvolgimento degli abitanti, specie dei contesti maggiormente investiti dalle opere.
Questa logica di pianificazione dal basso, sostenibile e partecipata, esito del coordinamento di azioni regionali e locali, può costituire l'approccio che caratterizza la nuova fase politica e che segna prima di tutto i settori programmaticamente più problematici, quali energia, smaltimento dei rifiuti, localizzazione di impianti a rischio, organizzazione funzionale del territorio.
Il tutto, però, deve essere calato in una logica, economica e ambientale, che tiene conto del passaggio di fase: la nuova economia sostenibile deve essere conseguenza dell'applicazione della formula latouchiana delle "sei R": recupero, riqualificazione, riciclo, ristrutturazione, riuso, risanamento.
Dal punto di vista della valorizzazione del patrimonio territoriale questo significa, tra l'altro, attuare quanto Renzo Piano, che non è né un ambientalista né un territorialista, propone come necessità emergenziale: "Dobbiamo ridare un senso estetico a tutta la schifezza che abbiamo realizzato nell'ultima parte della modernità!" Che può voler dire ritrasformare in luoghi gli spazi insensati della ormai abnorme e pervasiva città diffusa, sullo spazio nazionale (e non solo). Altro che continuare a distruggere le nostre valli e le nostre coste.

 http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_5477.html

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lunedì, 09 gennaio 2006
Nei giorni scorsi abbiamo anticipato l’intervista ad Antonio Calafati, professore di Economia dell’università Politecnica delle Marche . Nell’aula del corso di Analisi delle politiche pubbliche il professore è entrato con La Stampa, la Repubblica e il Corriere della Sera con l’intento di indagare con i suoi studenti le ragioni del Si-Tav.

Ecco come ha risposto, insieme al contributo di due studenti, alle domande di Unimagazine.it

- Perché professore Calafati ha deciso di fare questo esperimento di lettura con i suoi studenti e qual era il centro dell’indagine? Perché indagare le ragioni del sì?

Stavo finendo la parte metodologica del corso di Analisi delle politiche pubbliche quando è esploso l’interesse dei media intorno alla “Tav in Val di Susa”. Sono andato in classe con i tre maggiori quotidiani nazionali – Corriere della Sera, La Repubblica e la Stampa – e ho letto insieme agli studenti alcuni articoli sul tema, come esercizio. Ma siamo rimasti così sorpresi dalle cose che leggevamo! E ho capito che sarebbe valsa la pena dedicare le lezioni rimanenti a questo caso. Ho cercato le “ragioni del sì” per un motivo semplice. Tecnicamente, si era di fronte ad una decisione “già presa”. Quindi era metodologicamente corretto cercare le ragioni del sì, cioè le ragioni con le quali la decisione era stata argomentata ai livelli politici e tecnici pertinenti. Ai miei studenti volevo mostrare loro come le argomentazioni del decisore pubblico affioravano nel discorso pubblico.

- Che cosa risulta da questa indagine? Ce lo fa raccontare da un suo studente?

(Damiano Luzzi studente)

Gli articoli analizzati a lezione, eccezion fatta per quello di Luciano Gallino, hanno dato a noi studenti l’impressione di una certa mediocrità del giornalismo italiano in questo momento. I motivi sono, forse, da imputare alla politicizzazione delle testate, le quali sembravano riflettere le posizioni dei maggiori partiti politici italiani. La politicizzazione ha comportato, come abbiamo potuto constatare per l’argomento “TAV in val di Susa”, prese di posizione superficiali. Non abbiamo trovato ragionamenti o informazioni a sostegno delle scelte delle redazioni dei giornali. Non è certo da sottovalutare, però, la scarsa conoscenza dei giornalisti relativamente ad argomenti complessi.

(Erika di Ruscio studentessa)
Tra le riflessioni interessanti suscitate dalla nostra “indagine” ciò che colpisce di più è che, di fronte ad un’opera di così grande portata, siano mancate pertinenti informazioni sui fatti, argomentazioni corrette ed esaurienti riguardo alle “ ragioni del si”. Attraverso la lettura non si è venuti a conoscenza di analisi di modelli degli effetti, di un’ipotetica funzione di preferenza sociale e, soprattutto, di concetti come diritti di proprietà, negoziazione, compensazioni. Certo è che la realizzazione dell’opera causerà danni alla popolazione locale soprattutto dal punto di vista ambientale, ma non si è parlato di una loro quantificazione e conseguente negoziazione per compensare i cittadini di tali costi. Forse manca uno studio di fattibilità tecnico-economica o, per lo meno, esso non è stato ancora divulgato.

- Professore quanto le ragioni del sì sono nascoste?

Le “ragioni del sì” non sono nascoste in luoghi inaccessibili. Si tratta di procedure pubbliche quelle che stanno dietro a queste decisioni. I documenti dove la decisione è argomentata dovrebbe essere molto facile rintracciarli. Ci sono – ci dovrebbero essere – studi di fattibilità, memorie, delibere, pareri. Facile per un giornalista ritrovarli. Non sono state utilizzate neanche le fonti ufficiali accessibili con un clic (ad esempio, quelle che si trovano nel sito web dell’Unione Europea). Certo le fonti bisogna raggiungerle – e questo ha un costo anche quando sono facilmente accessibili. Ma per un investimento infrastrutturale così importante si possono anche sostenere dei “costi di indagine”. Poi, certo, il valore, la pertinenza, l’attendibilità del contenuto di questi documenti sono un’altra storia.


- Approfondendo il livello dell’analisi quanto le ragioni del si sono nascoste dal sistema dei media volontariamente o involontariamente per trascuratezza?

Ciò che certo colpisce, da una lettura comparata dei quotidiani, è l’allocazione delle risorse nelle redazioni dei quotidiani. Si dedicano pagine intere alle intemperanze di un giocatore di calcio o ad altri argomenti altrettanto futili e non si fanno approfondimenti su argomenti di attualità molto importanti. Difficile da comprendere – soprattutto quando l’opinione pubblica si mostra così interessata. C’è qualcosa di più della trascuratezza. Abbiamo letto dei pezzi senza metodo, logica, contenuto empirico. Personalmente credo sia un problema organizzativo. I quotidiani non hanno adeguato la loro organizzazione – e il loro metodo di lavoro – alla complessità dei problemi della società contemporanea. E ciò costringe i giornalisti ad “improvvisare”. E poi c’è questa consuetudine di scrivere editoriali su argomenti che richiedono altre forme di comunicazione.
Molti giovani, mi sembra, pensano invece che si tratti di una “scelta politica”: i quotidiani non hanno nessuna intenzione di informare. E, coerentemente, non li leggono.



- Ci piacerebbe avere l’opinione del docente e dello studente a confronto. Professore Calafati perché per la sua indagine ha scelto la carta stampata e non la comunicazione televisiva? E capovolgendo il punto di vista chiediamo agli studenti: avreste fatto una scelta diversa?

(Calafati) Non ho alcuna familiarità con la televisione, confesso. E comunque, per motivi strettamente tecnici, sarebbe stato molto più difficile condurre un’indagine di questo tipo sui programmi televisivi. Altrettanto difficile sarebbe stato condurla sui programmi radio. Comunque l’idea di iniziare questo percorso di riflessione con gli studenti l’ho avuta ascoltando alla radio Luciano Gallino e Donatella della Porta discutere del tema della “Tav in Val di Susa” ospiti di Fahrenheit – ecco Fahrenheit, con la sua piccola redazione, è un modello di giornalismo.

(Damiano Luzzi)
Personalmente mi tengo informato quasi esclusivamente con i telegiornali. Però, la scelta di analizzare l’informazione su carta stampata è stata sicuramente giusta. La ricerca e l’analisi di informazioni su tre quotidiani è sicuramente più fattibile, in un’aula universitaria, della visione e dell’ascolto dei telegiornali. Un’alternativa plausibile sarebbe stata la ricerca in Internet ma è da considerarsi troppo dispersiva e senza garanzie sufficienti riguardo l’attendibilità dell’informazione.

(Erika di Ruscio)
Probabilmente la Televisione è un mezzo di comunicazione più diretto e più potente del quotidiano, ma per condurre un’indagine di questo tipo sui programmi televisivi, compresi i telegiornali, si impiegherebbe in effetti troppo tempo, e non riuscirebbe ad essere ugualmente efficace.


- Professore come giudica il rapporto tra mondo universitario e mondo reale? Qual è il livello e la qualità del dialogo?

Ci sono tanti livelli ai quali “mondo universitario” e “mondo reale” hanno una relazione. Forse ci sono persino troppe relazioni, ma non tutte sono pertinenti, non tutte sono utili. Nel campo delle politiche pubbliche, in particolare in Italia, l’Università non svolge né un ruolo formativo né un ruolo critico rilevante – con le dovute eccezioni, naturalmente. Poi, certo, l’Università garantisce ancora – e questo è fondamentale – lo spazio che si vuole per itinerari di ricerca, analisi ed insegnamento innovativi e liberi. E, alla fine, la qualità delle relazioni con il mondo reale dipende dai soggetti che entrano in gioco, sono un fatto soggettivo – di singoli studiosi, singoli gruppi di ricerca – più che un fatto istituzionale. L’Università è un sistema così complesso e differenziato, oggi, da non essere più un livello di descrizione rilevante. Si devono osservare le facoltà, i dipartimenti, gli istituti di ricerca, le persone.
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