Nei giorni scorsi abbiamo anticipato l’intervista ad Antonio Calafati, professore di Economia dell’università Politecnica delle Marche . Nell’aula del corso di Analisi delle politiche pubbliche il professore è entrato con La Stampa, la Repubblica e il Corriere della Sera con l’intento di indagare con i suoi studenti le ragioni del Si-Tav.
Ecco come ha risposto, insieme al contributo di due studenti, alle domande di Unimagazine.it
- Perché professore Calafati ha deciso di fare questo esperimento di lettura con i suoi studenti e qual era il centro dell’indagine? Perché indagare le ragioni del sì?
Stavo finendo la parte metodologica del corso di Analisi delle politiche pubbliche quando è esploso l’interesse dei media intorno alla “Tav in Val di Susa”. Sono andato in classe con i tre maggiori quotidiani nazionali – Corriere della Sera, La Repubblica e la Stampa – e ho letto insieme agli studenti alcuni articoli sul tema, come esercizio. Ma siamo rimasti così sorpresi dalle cose che leggevamo! E ho capito che sarebbe valsa la pena dedicare le lezioni rimanenti a questo caso. Ho cercato le “ragioni del sì” per un motivo semplice. Tecnicamente, si era di fronte ad una decisione “già presa”. Quindi era metodologicamente corretto cercare le ragioni del sì, cioè le ragioni con le quali la decisione era stata argomentata ai livelli politici e tecnici pertinenti. Ai miei studenti volevo mostrare loro come le argomentazioni del decisore pubblico affioravano nel discorso pubblico.
- Che cosa risulta da questa indagine? Ce lo fa raccontare da un suo studente?
(Damiano Luzzi studente)
Gli articoli analizzati a lezione, eccezion fatta per quello di Luciano Gallino, hanno dato a noi studenti l’impressione di una certa mediocrità del giornalismo italiano in questo momento. I motivi sono, forse, da imputare alla politicizzazione delle testate, le quali sembravano riflettere le posizioni dei maggiori partiti politici italiani. La politicizzazione ha comportato, come abbiamo potuto constatare per l’argomento “TAV in val di Susa”, prese di posizione superficiali. Non abbiamo trovato ragionamenti o informazioni a sostegno delle scelte delle redazioni dei giornali. Non è certo da sottovalutare, però, la scarsa conoscenza dei giornalisti relativamente ad argomenti complessi.
(Erika di Ruscio studentessa)
Tra le riflessioni interessanti suscitate dalla nostra “indagine” ciò che colpisce di più è che, di fronte ad un’opera di così grande portata, siano mancate pertinenti informazioni sui fatti, argomentazioni corrette ed esaurienti riguardo alle “ ragioni del si”. Attraverso la lettura non si è venuti a conoscenza di analisi di modelli degli effetti, di un’ipotetica funzione di preferenza sociale e, soprattutto, di concetti come diritti di proprietà, negoziazione, compensazioni. Certo è che la realizzazione dell’opera causerà danni alla popolazione locale soprattutto dal punto di vista ambientale, ma non si è parlato di una loro quantificazione e conseguente negoziazione per compensare i cittadini di tali costi. Forse manca uno studio di fattibilità tecnico-economica o, per lo meno, esso non è stato ancora divulgato.
- Professore quanto le ragioni del sì sono nascoste?
Le “ragioni del sì” non sono nascoste in luoghi inaccessibili. Si tratta di procedure pubbliche quelle che stanno dietro a queste decisioni. I documenti dove la decisione è argomentata dovrebbe essere molto facile rintracciarli. Ci sono – ci dovrebbero essere – studi di fattibilità, memorie, delibere, pareri. Facile per un giornalista ritrovarli. Non sono state utilizzate neanche le fonti ufficiali accessibili con un clic (ad esempio, quelle che si trovano nel sito web dell’Unione Europea). Certo le fonti bisogna raggiungerle – e questo ha un costo anche quando sono facilmente accessibili. Ma per un investimento infrastrutturale così importante si possono anche sostenere dei “costi di indagine”. Poi, certo, il valore, la pertinenza, l’attendibilità del contenuto di questi documenti sono un’altra storia.
- Approfondendo il livello dell’analisi quanto le ragioni del si sono nascoste dal sistema dei media volontariamente o involontariamente per trascuratezza?
Ciò che certo colpisce, da una lettura comparata dei quotidiani, è l’allocazione delle risorse nelle redazioni dei quotidiani. Si dedicano pagine intere alle intemperanze di un giocatore di calcio o ad altri argomenti altrettanto futili e non si fanno approfondimenti su argomenti di attualità molto importanti. Difficile da comprendere – soprattutto quando l’opinione pubblica si mostra così interessata. C’è qualcosa di più della trascuratezza. Abbiamo letto dei pezzi senza metodo, logica, contenuto empirico. Personalmente credo sia un problema organizzativo. I quotidiani non hanno adeguato la loro organizzazione – e il loro metodo di lavoro – alla complessità dei problemi della società contemporanea. E ciò costringe i giornalisti ad “improvvisare”. E poi c’è questa consuetudine di scrivere editoriali su argomenti che richiedono altre forme di comunicazione.
Molti giovani, mi sembra, pensano invece che si tratti di una “scelta politica”: i quotidiani non hanno nessuna intenzione di informare. E, coerentemente, non li leggono.
- Ci piacerebbe avere l’opinione del docente e dello studente a confronto. Professore Calafati perché per la sua indagine ha scelto la carta stampata e non la comunicazione televisiva? E capovolgendo il punto di vista chiediamo agli studenti: avreste fatto una scelta diversa?
(Calafati) Non ho alcuna familiarità con la televisione, confesso. E comunque, per motivi strettamente tecnici, sarebbe stato molto più difficile condurre un’indagine di questo tipo sui programmi televisivi. Altrettanto difficile sarebbe stato condurla sui programmi radio. Comunque l’idea di iniziare questo percorso di riflessione con gli studenti l’ho avuta ascoltando alla radio Luciano Gallino e Donatella della Porta discutere del tema della “Tav in Val di Susa” ospiti di Fahrenheit – ecco Fahrenheit, con la sua piccola redazione, è un modello di giornalismo.
(Damiano Luzzi)
Personalmente mi tengo informato quasi esclusivamente con i telegiornali. Però, la scelta di analizzare l’informazione su carta stampata è stata sicuramente giusta. La ricerca e l’analisi di informazioni su tre quotidiani è sicuramente più fattibile, in un’aula universitaria, della visione e dell’ascolto dei telegiornali. Un’alternativa plausibile sarebbe stata la ricerca in Internet ma è da considerarsi troppo dispersiva e senza garanzie sufficienti riguardo l’attendibilità dell’informazione.
(Erika di Ruscio)
Probabilmente la Televisione è un mezzo di comunicazione più diretto e più potente del quotidiano, ma per condurre un’indagine di questo tipo sui programmi televisivi, compresi i telegiornali, si impiegherebbe in effetti troppo tempo, e non riuscirebbe ad essere ugualmente efficace.
- Professore come giudica il rapporto tra mondo universitario e mondo reale? Qual è il livello e la qualità del dialogo?
Ci sono tanti livelli ai quali “mondo universitario” e “mondo reale” hanno una relazione. Forse ci sono persino troppe relazioni, ma non tutte sono pertinenti, non tutte sono utili. Nel campo delle politiche pubbliche, in particolare in Italia, l’Università non svolge né un ruolo formativo né un ruolo critico rilevante – con le dovute eccezioni, naturalmente. Poi, certo, l’Università garantisce ancora – e questo è fondamentale – lo spazio che si vuole per itinerari di ricerca, analisi ed insegnamento innovativi e liberi. E, alla fine, la qualità delle relazioni con il mondo reale dipende dai soggetti che entrano in gioco, sono un fatto soggettivo – di singoli studiosi, singoli gruppi di ricerca – più che un fatto istituzionale. L’Università è un sistema così complesso e differenziato, oggi, da non essere più un livello di descrizione rilevante. Si devono osservare le facoltà, i dipartimenti, gli istituti di ricerca, le persone.
Ecco come ha risposto, insieme al contributo di due studenti, alle domande di Unimagazine.it
- Perché professore Calafati ha deciso di fare questo esperimento di lettura con i suoi studenti e qual era il centro dell’indagine? Perché indagare le ragioni del sì?
Stavo finendo la parte metodologica del corso di Analisi delle politiche pubbliche quando è esploso l’interesse dei media intorno alla “Tav in Val di Susa”. Sono andato in classe con i tre maggiori quotidiani nazionali – Corriere della Sera, La Repubblica e la Stampa – e ho letto insieme agli studenti alcuni articoli sul tema, come esercizio. Ma siamo rimasti così sorpresi dalle cose che leggevamo! E ho capito che sarebbe valsa la pena dedicare le lezioni rimanenti a questo caso. Ho cercato le “ragioni del sì” per un motivo semplice. Tecnicamente, si era di fronte ad una decisione “già presa”. Quindi era metodologicamente corretto cercare le ragioni del sì, cioè le ragioni con le quali la decisione era stata argomentata ai livelli politici e tecnici pertinenti. Ai miei studenti volevo mostrare loro come le argomentazioni del decisore pubblico affioravano nel discorso pubblico.
- Che cosa risulta da questa indagine? Ce lo fa raccontare da un suo studente?
(Damiano Luzzi studente)
Gli articoli analizzati a lezione, eccezion fatta per quello di Luciano Gallino, hanno dato a noi studenti l’impressione di una certa mediocrità del giornalismo italiano in questo momento. I motivi sono, forse, da imputare alla politicizzazione delle testate, le quali sembravano riflettere le posizioni dei maggiori partiti politici italiani. La politicizzazione ha comportato, come abbiamo potuto constatare per l’argomento “TAV in val di Susa”, prese di posizione superficiali. Non abbiamo trovato ragionamenti o informazioni a sostegno delle scelte delle redazioni dei giornali. Non è certo da sottovalutare, però, la scarsa conoscenza dei giornalisti relativamente ad argomenti complessi.
(Erika di Ruscio studentessa)
Tra le riflessioni interessanti suscitate dalla nostra “indagine” ciò che colpisce di più è che, di fronte ad un’opera di così grande portata, siano mancate pertinenti informazioni sui fatti, argomentazioni corrette ed esaurienti riguardo alle “ ragioni del si”. Attraverso la lettura non si è venuti a conoscenza di analisi di modelli degli effetti, di un’ipotetica funzione di preferenza sociale e, soprattutto, di concetti come diritti di proprietà, negoziazione, compensazioni. Certo è che la realizzazione dell’opera causerà danni alla popolazione locale soprattutto dal punto di vista ambientale, ma non si è parlato di una loro quantificazione e conseguente negoziazione per compensare i cittadini di tali costi. Forse manca uno studio di fattibilità tecnico-economica o, per lo meno, esso non è stato ancora divulgato.
- Professore quanto le ragioni del sì sono nascoste?
Le “ragioni del sì” non sono nascoste in luoghi inaccessibili. Si tratta di procedure pubbliche quelle che stanno dietro a queste decisioni. I documenti dove la decisione è argomentata dovrebbe essere molto facile rintracciarli. Ci sono – ci dovrebbero essere – studi di fattibilità, memorie, delibere, pareri. Facile per un giornalista ritrovarli. Non sono state utilizzate neanche le fonti ufficiali accessibili con un clic (ad esempio, quelle che si trovano nel sito web dell’Unione Europea). Certo le fonti bisogna raggiungerle – e questo ha un costo anche quando sono facilmente accessibili. Ma per un investimento infrastrutturale così importante si possono anche sostenere dei “costi di indagine”. Poi, certo, il valore, la pertinenza, l’attendibilità del contenuto di questi documenti sono un’altra storia.
- Approfondendo il livello dell’analisi quanto le ragioni del si sono nascoste dal sistema dei media volontariamente o involontariamente per trascuratezza?
Ciò che certo colpisce, da una lettura comparata dei quotidiani, è l’allocazione delle risorse nelle redazioni dei quotidiani. Si dedicano pagine intere alle intemperanze di un giocatore di calcio o ad altri argomenti altrettanto futili e non si fanno approfondimenti su argomenti di attualità molto importanti. Difficile da comprendere – soprattutto quando l’opinione pubblica si mostra così interessata. C’è qualcosa di più della trascuratezza. Abbiamo letto dei pezzi senza metodo, logica, contenuto empirico. Personalmente credo sia un problema organizzativo. I quotidiani non hanno adeguato la loro organizzazione – e il loro metodo di lavoro – alla complessità dei problemi della società contemporanea. E ciò costringe i giornalisti ad “improvvisare”. E poi c’è questa consuetudine di scrivere editoriali su argomenti che richiedono altre forme di comunicazione.
Molti giovani, mi sembra, pensano invece che si tratti di una “scelta politica”: i quotidiani non hanno nessuna intenzione di informare. E, coerentemente, non li leggono.
- Ci piacerebbe avere l’opinione del docente e dello studente a confronto. Professore Calafati perché per la sua indagine ha scelto la carta stampata e non la comunicazione televisiva? E capovolgendo il punto di vista chiediamo agli studenti: avreste fatto una scelta diversa?
(Calafati) Non ho alcuna familiarità con la televisione, confesso. E comunque, per motivi strettamente tecnici, sarebbe stato molto più difficile condurre un’indagine di questo tipo sui programmi televisivi. Altrettanto difficile sarebbe stato condurla sui programmi radio. Comunque l’idea di iniziare questo percorso di riflessione con gli studenti l’ho avuta ascoltando alla radio Luciano Gallino e Donatella della Porta discutere del tema della “Tav in Val di Susa” ospiti di Fahrenheit – ecco Fahrenheit, con la sua piccola redazione, è un modello di giornalismo.
(Damiano Luzzi)
Personalmente mi tengo informato quasi esclusivamente con i telegiornali. Però, la scelta di analizzare l’informazione su carta stampata è stata sicuramente giusta. La ricerca e l’analisi di informazioni su tre quotidiani è sicuramente più fattibile, in un’aula universitaria, della visione e dell’ascolto dei telegiornali. Un’alternativa plausibile sarebbe stata la ricerca in Internet ma è da considerarsi troppo dispersiva e senza garanzie sufficienti riguardo l’attendibilità dell’informazione.
(Erika di Ruscio)
Probabilmente la Televisione è un mezzo di comunicazione più diretto e più potente del quotidiano, ma per condurre un’indagine di questo tipo sui programmi televisivi, compresi i telegiornali, si impiegherebbe in effetti troppo tempo, e non riuscirebbe ad essere ugualmente efficace.
- Professore come giudica il rapporto tra mondo universitario e mondo reale? Qual è il livello e la qualità del dialogo?
Ci sono tanti livelli ai quali “mondo universitario” e “mondo reale” hanno una relazione. Forse ci sono persino troppe relazioni, ma non tutte sono pertinenti, non tutte sono utili. Nel campo delle politiche pubbliche, in particolare in Italia, l’Università non svolge né un ruolo formativo né un ruolo critico rilevante – con le dovute eccezioni, naturalmente. Poi, certo, l’Università garantisce ancora – e questo è fondamentale – lo spazio che si vuole per itinerari di ricerca, analisi ed insegnamento innovativi e liberi. E, alla fine, la qualità delle relazioni con il mondo reale dipende dai soggetti che entrano in gioco, sono un fatto soggettivo – di singoli studiosi, singoli gruppi di ricerca – più che un fatto istituzionale. L’Università è un sistema così complesso e differenziato, oggi, da non essere più un livello di descrizione rilevante. Si devono osservare le facoltà, i dipartimenti, gli istituti di ricerca, le persone.
postato da: linodigianni alle ore 06:33 | Permalink | commenti (1)
categoria:documenti, articoli stampa
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