martedì, 17 gennaio 2006

Osvaldo Pieroni e Alberto Ziparo
16 gennaio 2006

E' più che mai necessario mettere in pratica quanto Walter Benjamin auspicava ormai tre quarti di Secolo fa: "tirare il freno d'emergenza per bloccare il treno dello sviluppo". Forse senza fare la rivoluzione, ma con un azione apparentemente più soft ma altrettanto politicamente e scientificamente capillare, dal basso, che ci faccia riscoprire la ricchezza depositata nel patrimonio territoriale, piuttosto che continuare a distruggerlo per produrre beni e servizi materiali che non sappiamo più dove mettere e che ci stanno soffocando.
E' questo il tema portante del Forum nazionale sullo Sviluppo Sostenibile organizzato non a caso in Val di Susa da una serie di forze culturali, territorialiste, ambientaliste, tra cui la Rete del Nuovo Municipio insieme ai comitati territoriali NO TAV e ai sindaci della Val di Susa. Incontro che sarà caratterizzato dal gemellaggio tra coordinamento NO TAV, per la tutela della Val di Susa, e quello NO PONTE, per la difesa dello Stretto di Messina.
Ad interpretare e spiegare il concetto di Benjamin, è stato invitato Gianni Vattimo che può sancire il suddetto gemellaggio date le sue origini calabresi (il padre è di Cetraro) e valsusine (per parte di madre): non sappiamo se l'autorevole filosofo potrà essere presente di persona al meeting, ma è certo che sarebbe interessante ascoltare il suo parere sulle implicazioni di quel pensiero sul terreno dell'attualità politica.
Il programma dell'Unione, infatti, dovrebbe sostanziare il pure plurienunciato concetto di sostenibilità ambientale ed economica con una serie di azioni conseguenti; che invece si intravedono soltanto con molta fatica, almeno nelle bozze fino ad adesso circolate.
In generale dovrebbe essere accantonata definitivamente l'ubriacatura da mercato che ha pervaso molto centro-sinistra nelle ultime fasi, tra l'altro con risvolti tipicamente nazional-clientelari, per cui finiva per essere criterio dirimente per le decisioni importanti l'assoluto e zelante adempimento dei dettami legati agli interessi delle grandi lobby economico-finanaziarie (il cui favore diventava titolo di merito per il politico, pure "di sinistra") con esiti quali quelli risaltati all'onore delle cronache, per esempio nel caso Unipol-BNL.
Bisognerebbe voltare drasticamente pagina, riscoprire la domanda sociale, chiedersi cosa significa sostenibilità dello sviluppo in un paese drammaticamente avviato sulla via della deindustrializzazione; con le classi dirigenti, specie economico-finanaziarie, più in dissolvenza che in profonda crisi. E' il caso forse di riguardare alle potenzialità del più grande capitale fisso posseduto dal Paese, ovvero il suo patrimonio culturale e ambientale, storico e paesaggistico, artistico e territoriale, sociale e intellettuale, e perché no, pubblico e conviviale. E comprendere che un programma politico può e deve muovere necessariamente da questi temi, in senso non astratto, ma territorializzandoli sui patrimoni sociali e ambientali delle diverse regioni e sulle identità dei diversi contesti, come sono appunto la Val di Susa o lo Stretto di Messina.
In tale logica può costituire riferimento interessante quanto sta progettando la coalizione guidata da Rita Borsellino in Sicilia: un programma in cui i piani paesaggistici e territoriali a livello regionale e provinciale forniscono le linee guida per lo sviluppo locale sostenibile. Analogamente il programma nazionale dell'Unione dovrebbe essere l'esito di politiche regionali e sub-regionali con grande attenzione a quanto proposto dalle istanze di base, anche "deistituzionalizate ed insorgenti".
Alcuni punti di tale programma possono riguardare direttamente l'organizzazione del territorio: trasporti, energia, rifiuti, paesaggio, urbanistica, agricoltura,etc.
Per quanto riguarda il tema che interessa direttamente Val di Susa e Stretto di Messina insieme ai molti altri contesti nazionali investiti e disastrati dalle grandi opere del programma Lunardi-Berlusconi, si deve andare molto oltre ciò che si è fin qui acquisito nelle intenzioni del centro-sinistra: un sostanziale accantonamento del Ponte e forse del MOSE di Venezia, un incerto "si vedrà" sulla TAV in Val di Susa e sugli altri segmenti più improbabili dell'alta velocità, la conferma di molte opere strategiche e speciali dell'attuale governo. Va invece cancellata definitivamente e senza indugi tutta la Legge Obiettivo con i suoi risvolti programmatici: tra l'altro essa è stata pochissimo attuata (sono state eseguite poco meno del dieci per cento delle opere previste, per altro per operazioni già avviate dai precedenti governi di centro-sinistra che riguardano quasi unicamente le tratte principali dell'Alta Velocità e la Salerno-Reggio Calabria). Si sono confermati, infatti, i molti dubbi in termini di attuabilità tecnica e politica e di legittimità sociale ed ambientale che erano stati sollevati durante il dibattito sulla legge: non basta infatti semplificare fino all'azzeramento gli iter procedurali e gestionali, urbanistici, ambientali, amministrativi: i problemi e gli ostacoli non si cancellano, forse si deistituzionalizzano, quasi certamente si accrescono fino ad ingigantirsi. Dialettica democratica e dibattito istituzionale spariscono per fare posto a questioni di ordine pubblico e dissensi sempre più vasti. Ma, come ormai cinque anni di Legge Obiettivo insegnano, le opere non partono. E allora cancelliamo questo strumento (insieme a molti altri provvedimenti infausti e illegittimi del governo Berlusconi -chiedere a Paul Ginsborg) e avviamo subito le pratiche per un vero piano nazionale dei trasporti, che si può progettare presto partendo dalla reale domanda sociale di mobilità, in forma sostenibile e con l'assoluto coinvolgimento degli abitanti, specie dei contesti maggiormente investiti dalle opere.
Questa logica di pianificazione dal basso, sostenibile e partecipata, esito del coordinamento di azioni regionali e locali, può costituire l'approccio che caratterizza la nuova fase politica e che segna prima di tutto i settori programmaticamente più problematici, quali energia, smaltimento dei rifiuti, localizzazione di impianti a rischio, organizzazione funzionale del territorio.
Il tutto, però, deve essere calato in una logica, economica e ambientale, che tiene conto del passaggio di fase: la nuova economia sostenibile deve essere conseguenza dell'applicazione della formula latouchiana delle "sei R": recupero, riqualificazione, riciclo, ristrutturazione, riuso, risanamento.
Dal punto di vista della valorizzazione del patrimonio territoriale questo significa, tra l'altro, attuare quanto Renzo Piano, che non è né un ambientalista né un territorialista, propone come necessità emergenziale: "Dobbiamo ridare un senso estetico a tutta la schifezza che abbiamo realizzato nell'ultima parte della modernità!" Che può voler dire ritrasformare in luoghi gli spazi insensati della ormai abnorme e pervasiva città diffusa, sullo spazio nazionale (e non solo). Altro che continuare a distruggere le nostre valli e le nostre coste.

 http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_5477.html

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lunedì, 09 gennaio 2006
Nei giorni scorsi abbiamo anticipato l’intervista ad Antonio Calafati, professore di Economia dell’università Politecnica delle Marche . Nell’aula del corso di Analisi delle politiche pubbliche il professore è entrato con La Stampa, la Repubblica e il Corriere della Sera con l’intento di indagare con i suoi studenti le ragioni del Si-Tav.

Ecco come ha risposto, insieme al contributo di due studenti, alle domande di Unimagazine.it

- Perché professore Calafati ha deciso di fare questo esperimento di lettura con i suoi studenti e qual era il centro dell’indagine? Perché indagare le ragioni del sì?

Stavo finendo la parte metodologica del corso di Analisi delle politiche pubbliche quando è esploso l’interesse dei media intorno alla “Tav in Val di Susa”. Sono andato in classe con i tre maggiori quotidiani nazionali – Corriere della Sera, La Repubblica e la Stampa – e ho letto insieme agli studenti alcuni articoli sul tema, come esercizio. Ma siamo rimasti così sorpresi dalle cose che leggevamo! E ho capito che sarebbe valsa la pena dedicare le lezioni rimanenti a questo caso. Ho cercato le “ragioni del sì” per un motivo semplice. Tecnicamente, si era di fronte ad una decisione “già presa”. Quindi era metodologicamente corretto cercare le ragioni del sì, cioè le ragioni con le quali la decisione era stata argomentata ai livelli politici e tecnici pertinenti. Ai miei studenti volevo mostrare loro come le argomentazioni del decisore pubblico affioravano nel discorso pubblico.

- Che cosa risulta da questa indagine? Ce lo fa raccontare da un suo studente?

(Damiano Luzzi studente)

Gli articoli analizzati a lezione, eccezion fatta per quello di Luciano Gallino, hanno dato a noi studenti l’impressione di una certa mediocrità del giornalismo italiano in questo momento. I motivi sono, forse, da imputare alla politicizzazione delle testate, le quali sembravano riflettere le posizioni dei maggiori partiti politici italiani. La politicizzazione ha comportato, come abbiamo potuto constatare per l’argomento “TAV in val di Susa”, prese di posizione superficiali. Non abbiamo trovato ragionamenti o informazioni a sostegno delle scelte delle redazioni dei giornali. Non è certo da sottovalutare, però, la scarsa conoscenza dei giornalisti relativamente ad argomenti complessi.

(Erika di Ruscio studentessa)
Tra le riflessioni interessanti suscitate dalla nostra “indagine” ciò che colpisce di più è che, di fronte ad un’opera di così grande portata, siano mancate pertinenti informazioni sui fatti, argomentazioni corrette ed esaurienti riguardo alle “ ragioni del si”. Attraverso la lettura non si è venuti a conoscenza di analisi di modelli degli effetti, di un’ipotetica funzione di preferenza sociale e, soprattutto, di concetti come diritti di proprietà, negoziazione, compensazioni. Certo è che la realizzazione dell’opera causerà danni alla popolazione locale soprattutto dal punto di vista ambientale, ma non si è parlato di una loro quantificazione e conseguente negoziazione per compensare i cittadini di tali costi. Forse manca uno studio di fattibilità tecnico-economica o, per lo meno, esso non è stato ancora divulgato.

- Professore quanto le ragioni del sì sono nascoste?

Le “ragioni del sì” non sono nascoste in luoghi inaccessibili. Si tratta di procedure pubbliche quelle che stanno dietro a queste decisioni. I documenti dove la decisione è argomentata dovrebbe essere molto facile rintracciarli. Ci sono – ci dovrebbero essere – studi di fattibilità, memorie, delibere, pareri. Facile per un giornalista ritrovarli. Non sono state utilizzate neanche le fonti ufficiali accessibili con un clic (ad esempio, quelle che si trovano nel sito web dell’Unione Europea). Certo le fonti bisogna raggiungerle – e questo ha un costo anche quando sono facilmente accessibili. Ma per un investimento infrastrutturale così importante si possono anche sostenere dei “costi di indagine”. Poi, certo, il valore, la pertinenza, l’attendibilità del contenuto di questi documenti sono un’altra storia.


- Approfondendo il livello dell’analisi quanto le ragioni del si sono nascoste dal sistema dei media volontariamente o involontariamente per trascuratezza?

Ciò che certo colpisce, da una lettura comparata dei quotidiani, è l’allocazione delle risorse nelle redazioni dei quotidiani. Si dedicano pagine intere alle intemperanze di un giocatore di calcio o ad altri argomenti altrettanto futili e non si fanno approfondimenti su argomenti di attualità molto importanti. Difficile da comprendere – soprattutto quando l’opinione pubblica si mostra così interessata. C’è qualcosa di più della trascuratezza. Abbiamo letto dei pezzi senza metodo, logica, contenuto empirico. Personalmente credo sia un problema organizzativo. I quotidiani non hanno adeguato la loro organizzazione – e il loro metodo di lavoro – alla complessità dei problemi della società contemporanea. E ciò costringe i giornalisti ad “improvvisare”. E poi c’è questa consuetudine di scrivere editoriali su argomenti che richiedono altre forme di comunicazione.
Molti giovani, mi sembra, pensano invece che si tratti di una “scelta politica”: i quotidiani non hanno nessuna intenzione di informare. E, coerentemente, non li leggono.



- Ci piacerebbe avere l’opinione del docente e dello studente a confronto. Professore Calafati perché per la sua indagine ha scelto la carta stampata e non la comunicazione televisiva? E capovolgendo il punto di vista chiediamo agli studenti: avreste fatto una scelta diversa?

(Calafati) Non ho alcuna familiarità con la televisione, confesso. E comunque, per motivi strettamente tecnici, sarebbe stato molto più difficile condurre un’indagine di questo tipo sui programmi televisivi. Altrettanto difficile sarebbe stato condurla sui programmi radio. Comunque l’idea di iniziare questo percorso di riflessione con gli studenti l’ho avuta ascoltando alla radio Luciano Gallino e Donatella della Porta discutere del tema della “Tav in Val di Susa” ospiti di Fahrenheit – ecco Fahrenheit, con la sua piccola redazione, è un modello di giornalismo.

(Damiano Luzzi)
Personalmente mi tengo informato quasi esclusivamente con i telegiornali. Però, la scelta di analizzare l’informazione su carta stampata è stata sicuramente giusta. La ricerca e l’analisi di informazioni su tre quotidiani è sicuramente più fattibile, in un’aula universitaria, della visione e dell’ascolto dei telegiornali. Un’alternativa plausibile sarebbe stata la ricerca in Internet ma è da considerarsi troppo dispersiva e senza garanzie sufficienti riguardo l’attendibilità dell’informazione.

(Erika di Ruscio)
Probabilmente la Televisione è un mezzo di comunicazione più diretto e più potente del quotidiano, ma per condurre un’indagine di questo tipo sui programmi televisivi, compresi i telegiornali, si impiegherebbe in effetti troppo tempo, e non riuscirebbe ad essere ugualmente efficace.


- Professore come giudica il rapporto tra mondo universitario e mondo reale? Qual è il livello e la qualità del dialogo?

Ci sono tanti livelli ai quali “mondo universitario” e “mondo reale” hanno una relazione. Forse ci sono persino troppe relazioni, ma non tutte sono pertinenti, non tutte sono utili. Nel campo delle politiche pubbliche, in particolare in Italia, l’Università non svolge né un ruolo formativo né un ruolo critico rilevante – con le dovute eccezioni, naturalmente. Poi, certo, l’Università garantisce ancora – e questo è fondamentale – lo spazio che si vuole per itinerari di ricerca, analisi ed insegnamento innovativi e liberi. E, alla fine, la qualità delle relazioni con il mondo reale dipende dai soggetti che entrano in gioco, sono un fatto soggettivo – di singoli studiosi, singoli gruppi di ricerca – più che un fatto istituzionale. L’Università è un sistema così complesso e differenziato, oggi, da non essere più un livello di descrizione rilevante. Si devono osservare le facoltà, i dipartimenti, gli istituti di ricerca, le persone.
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martedì, 06 dicembre 2005

Fassino: «Pisanu fermi la violenza» Il segretario dei Ds: «Inaccettabile l'uso della forza, lo sgombero esaspera il clima». Follini: «Avanti col progetto»  STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
 
Piero Fassino (Ansa)
ROMA - «Un fatto di gravità inaudita si è verificato in Val di Susa. La Repubblica italiana mostra alle popolazioni della Valle un volto che contrasta con la sua ispirazione democratica e con l'anima della Costituzione».

La condanna del segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti giunge di prima mattina quando solitamente i palazzi della politica sonnecchiano. Ma il blitz notturno della polizia contro il popolo No-Tav non ha destato solo il leader del Prc, ma anche segretari di partito ed esponenti politici di ogni colore. I primi a scattare sono i rappresentanti della sinistra che solidarizza, e non da ora, con i manifestanti della Valle.

Anche Piero Fassino, segretario dei Ds che per la Tav ha chiesto una cabina di regia che coinvolga tutti i sindaci delle popolazioni della vallata, stigmatizza le manganellate. E attacca il ministero dell'Interno: «La scelta del governo di risolvere con la forza invece che con il dialogo e il negoziato la difficile situazione in Val di Susa non può essere accettata». Da qui il monito. «Per questo - spiega Fassino- sono preoccupato e chiedo al Ministro dell'Interno di assicurare che non ci saranno più atti di forza e di violenza».

Questo il commento invece di Marco Rizzo, del Pdci, sulle tensioni scoppiate sull'alta velocità. «La situazione - afferma Rizzo - è grave, gravissima. Il governo soffia sul fuoco. Chiediamo che venga immediatamente a chiarire in Aula l'esatta dinamica dei fatti; ci dica chi e perché abbia deciso una azione che è un palese vulnus rispetto al nostro ordinamento democratico».

Usa gli stessi accenti Pecoraro Scanio, portavoce nazionale dei Verdi che parla di «irresponsabile blitz violento contro manifestanti civili e pacifici». Il collega di partito Paolo Cento se la prende con il ministro Pisanu. «Le cariche violente contro i manifestanti in Val di Susa sono l'espressione di un regime di polizia che ha come suo responsabile politico il ministro Pisanu che in questi giorni ha preparato con cura la campagna per legittimare questa azione».

Pure la Cgil, in una nota, depreca l'accaduto, «non è mai l'uso della forza che dà soluzione ai problemi. Oltre ad essere grave in se, è un pessimo segnale in direzione del dialogo», è scritto nel comunicato del principale sindacato italiano.

Più che arrabbiato è meravigliato Ermete Realacci, dell'esecutivo della Margherita e presidente onorario di Legambiente, che non si dà pace per l'operazione di polizia che ha portato allo sgombero dei presidi di manifestanti in Val Susa. «Un'accelerazione incomprensibile - dice - ora che sembravano aprirsi spiragli di dialogo».

Sul fronte opposto Marco Follini definisce la super linea Torino-Lione un progetto «che aiuta la modernizzazione del nostro Paese». L'ex leader centrista, commentando poi le proteste, si chiede come mai in «Francia queste stesse cose si siano fatte in quattro e quattro otto e noi siamo bloccati da un lato da queste manifestazioni» e dall'altro dall' indecisione di una parte politica che, «se da un lato vede Bersani riconoscere come il progetto vada portato a termine, dall' altro lato vede Prodi nicchiare sugli stessi argomenti».
Marco Zacchera, deputato piemontese di An, a proposito del blocco della linea Torino-Bardonecchia-Modane attivato dal movimento No-Tav, sottolinea che «abbiamo abbattuto le barriere che esistevano fra gli Stati e si ritorna all'antico con il blocco della ferrovia. Questo veramente dà, di noi Italiani, non un'ottima immagine all'estero».

06 dicembre 2005
 

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martedì, 06 dicembre 2005
Venaus, 6 dicembre 2005

Dopo il blitz notturno con cui Polizia e carabinieri hanno rimosso il presidio di Venaus contro la Tav in Valle di Susa, è il momento delle accuse.Antonio Ferrentino, presidente della Comunita' Montana Bassa Valle Susa e tra i protagonisti della protesta anti Tav, chiama in causa il governo e accusa: "Il ministero dell' Interno ha delle precise responsabilità nel blitz avvenuto nella notte. La sua violenza è stata inaudita. La gente inerte, sotto le tende, e' stata presa a manganellate, senza alcun preavviso". Sul piano politico, si schierano con i manifestanti i sindaci della Valle di Susa, la Cgil, Rifondazione comunista, mentre per Marco Follini la Tav resta "un progetto che va fatto".

La denuncia di Ferrentino
"Un mio consigliere di 65 anni che dormiva sotto una tenda - ha raccontato Ferrentino - è stato colpito. Non si tratta cosi' la gente. Non avrei mai pensato che potessero arrivare a tanto in uno Stato di diritto. Bastava un preavviso di dieci minuti per consentire alle persone di allontanarsi". "Quella di stanotte e' stata una decisione politica. Cosi' hanno incendiato la valle Susa".

 

Schieramenti in campo 
AVenaus circa duecento manifestanti si sono radunati nei pressi della zona che prima occupavano e che adesso è diventata inaccessibile. Uno schieramento imponente delle forze dell' ordine ne impedisce l' accesso. Come il 31 ottobre scorso, in occasione del primo presidio anti-Tav, si fronteggiano, a distanza, le file dei manifestanti e quelle di polizia e carabinieri. Un' altra parte del 'popolo no-Tav' si è mobilitata in vari punti della valle. Presidi mobili sono segnalati sulle strade e sulla A32. Appena uno viene sgomberato, un altro si insedia poco lontano. In ogni caso tutte le vie d'accesso sono interdette.

 

Occupate anche strade e autostrada
Sono occupate dai manifestanti l'autostrada del Frejus a Bussoleno, e la strada statale 25 ad Avigliana. I manifestanti, sempre più numerosi, si sono concentrati a Bussoleno e hanno intenzione di allargare la manifestazione a tutti paesi della valle. C'è rabbia e sgomento tra la popolazione. Molte le scuole che spontaneamente hanno interrotto le lezioni per unirsi alla protesta.

 

Bloccata anche la stazione di Susa
Blocco delle stazioni di Susa e Avigliana, scioperi spontanei tra le 4 e le 8 ore nelle fabbriche della Val di Susa. Sono queste le prime reazioni della popolazione al blitz compiuto questa notte dalle forze dell'ordine, che hanno sgomberato il sito di Venaus.

 

Il racconto di un testimone: "Presi a manganellate"
"Intorno alle 3,30 - racconta il fotografo Alessandro Contaldo, che si trovava al presidio i Venaus - sono arrivati una trentina di automezzi delle forze dell' ordine che hanno scaricato un migliaio tra agenti e carabinieri in assetto antisommossa. E' iniziata subito una carica ed anch'io sono stato colpito da alcune manganellate".

 

Questura Torino: "Preso possesso dei terreni"
Secondo quanto si è appreso dalla questura di Torino, l'operazione di stamattina all'alba è stata compiuta per prendere possesso degli 82 lotti di terreno su cui la società Cnc dovrà compiere lavori per la costruzione di un tunnel al servizio della futura linea ferroviaria Torino-Lione. L'opposizione dei manifestanti che sono contrari alla Tav aveva finora consentito l'occupazione di soli 5 lotti. Da martedì scorso forze dell'ordine e manifestanti si fronteggiavano, in una situazione di stallo. Poi, questa notte, l'azione di polizia e carabinieri.

 

La protesta dei sindaci
Dopo l' operazione di polizia e carabinieri sono saliti al presidio, a piedi, anche alcuni sindaci della zona, quelli di Venaus, di Sant'Ambrogio, di San Didero e di Bruzzolo. "Ci sentiamo traditi - hanno detto - siamo indignati, qui la gente difendeva solo il proprio territorio. Questo è il fallimento della democrazia".

 

Sindaco Venaus: "E' il fallimento della politica"
Quello che è accaduto nella notte è il fallimento della politica: a sostenerlo sono i sindaco di Venaus, Nilo Durbiano e il presidente del Consiglio provinciale, Sergio Vallero. Amareggiato, il primo cittadino dichiara che "la politica ha fallito per l'enorme presunzione di chi sta a Roma e a Torino" e che "adesso, in queste condizioni, il dialogo diventa sempre più difficile". "Ha colpito - prosegue il sindaco - la violenza dell'operazione di sgombero. Hanno abbattuto le tende, usato i manganelli, ma le nostre ragioni non si abbatteranno con i manganelli".

 

Cgil: "No alle azioni violente"
"Così no. Non si possono accettare forzature che comportino il ferimento delle persone, perché questo impedisce il confronto razionale di opinioni, il dialogo e la ricerca di soluzioni condivise a cui non c'è alternativa. La Cgil condanna tutte le forzature e le azioni violente. Fermatevi". E' il commento di Vanna Lorenzoni, segretaria generale Cgil Torino, ai fatti accaduti nella notte.

 

Bertinotti: "Fatto di gravità inaudita"
"Un fatto di gravità inaudita si è verificato in Val di Susa. La Repubblica italiana mostra alle popolazioni della Valle un volto che contrasta con la sua ispirazione democratica e con l'anima della Costituzione". Così Fausto Bertinotti commenta gli ultimi avvenimenti, e la reazione delle Forze dell'ordine al presidio dei manifestanti contro la Tav.

Follini: è un progetto che modernizza il Paese
"Credo  che la Tav sia un progetto europeo che aiuta la modernizzazione del Paese e lo inserisce in un contesto più ampio". Così l'ex segretario dell'Udc, Marco Follini ha commentato quanto successo questa notte in Val di Susa.
"Io credo - ha proseguito - che questo sia un progetto che va promosso, non si capisce perché la stessa cosa in Francia sia stata fatta in quattro e quattrotto mentre noi siamo bloccati da un lato da queste manifestazioni e dall'altro siamo appesi al filo di una incertezza politica".

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sabato, 03 dicembre 2005

Da il Giornale:
Strane cose accadono in Val di Susa. Scendono in piazza migliaia di persone. Alzano le barricate contro l'Alta velocità ma per le «fabbriche dei veleni» niente. Non si muove un dito, non si sfila, né ci si barrica. Non un picchetto, né uno striscione. Eppure... Eppure le fabbriche dei veleni, tutte acciaierie, riempiono da 30 anni, i polmoni dei valsusini di diossina e pvc.



Non lo scopriamo noi del Giornale, lo ha certificato l'Arpa, (l'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente). La stessa Arpa che ha invitato alla prudenza ed espresso forti dubbi sui rischi di contaminazione da amianto e uranio quando si cominceranno a scavare i tunnel Tav. Tiene la testa bassa Ugo, un ragazzotto dalle mani che sembrano due accette, quando ci racconta queste cose. È come se si vergognasse, lui per primo, di come le cose sono andate per alcuni dei suoi amici e dei suoi parenti. Parla sottovoce, dietro il gazebo della Pro loco di Venaus che è diventato il quartier generale, notte e giorno, della protesta contro le dannate ruspe di «Venauschwitz».
Parla sottovoce ma espone con lucidità il quadro clinico di una situazione ambientale terrificante, passata attraverso i polmoni e le coscienze di molti, troppi, con eccessiva disinvoltura. «Gli stessi molti e troppi - ammette Ugo - che oggi improvvisamente si sono accorti della Val di Susa». Le fabbriche dei veleni sono qui, in questi stessi luoghi dei falò e degli striscioni, delle barricate e dei tamburi no-Tav. Sono a Borgone, Villar Focchiardo, Bruzolo, tanto per citare qualche Comune. Prendete una cartina e misurate: un pugno di chilometri, due tornanti, cinque semafori. L'aria è aria, è la stessa aria. Le persone sono le stesse. Le paure dovrebbero essere le stesse. Da sempre. Eppure... «Se vedi l'elenco dei microinquinanti, certificato nei faldoni che l'Arpa ha messo insieme in questi anni con documenti, prove, analisi e certificati medici, scopri quanto è inquietante: diossine, idrocarburi policiclici e policlorobifenile. Tutte sostanze tumorali e mutagene. Eppure non abbiamo avuto il piacere di vedere un Agnoletto, o un Bertinotti, un Pecoraro Scanio. Non uno di questi signori che sia mai venuto da queste parti a urlare per il bene e la salute di tutti noi valsusini. Guarda che non ti sto dicendo scemate, i rapporti dell'Arpa li trovi in internet».
La ricostruzione di Ugo, in effetti, è piuttosto dettagliata: «Più o meno un anno fa, il 19 ottobre del 2004, a Bruzolo, siamo riusciti per la prima volta a ottenere la convocazione di un'assemblea pubblica per avere spiegazioni sull'inquinamento ambientale dei nostri territori. L'avevamo voluto, dopo che i sindaci di Bruzolo e San Didero, preoccupati delle emissioni diffuse da una acciaieria, avevano emanato delle ordinanze, sempre disattese, per costringerla ad adeguamenti strutturali. Ma l'allarme nasceva da uno studio dell'Arpa del Novembre del 2003 che era subito finito in Procura a Torino». Seguiamo il suggerimento di Ugo e citiamo testualmente dai rapporti Arpa pubblicati in internet in cui si rileva che «la presenza di diossine e pcb in concentrazione rilevante nelle polveri di abbattimento fa presupporre che il processo di fusione dia origine alla formazione di considerevoli quantitativi di tali inquinanti...». È il 16 settembre 2004 quando ai Comuni arriva una seconda relazione dell'Arpa sulla misurazione delle quantità dei microinquinanti organici rilevati con i primi campionamenti del 2003: la Val di Susa scopre che la situazione inquinamento è tragica. Per il pcb, in particolare, si parla di livelli superiori dalle 3 alle 10 volte, con punte di 47 a Borgone e di 56 a Villar Focchiardo. «In realtà il problema più grave - aggiunge Ugo - si può leggere in una relazione Asl del Maggio 2004, è quello dei pascoli: le diossine, ingerite dagli animali, si depositano nei loro grassi, negli organi filtro come il fegato e nel latte. Tanto che, pochi mesi fa, molti allevatori sono stati costretti a sospendere la loro attività». E adesso? «Aspettiamo di vedere come finirà l'inchiesta della Procura di Torino». Ma i sindacalisti della Fiom, venuti qui a gridare no-Tav, che hanno fatto? «Vedi, quell'azienda dà lavoro, mi pare, a 500 persone quindi non uno di quei sindacalisti ha urlato, magari anche solo per consigliare ai suoi colleghi di lavorare con la mascherina. Non uno». Già, strane cose accadono in Val Susa.

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=47309

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sabato, 03 dicembre 2005

TAV, CHIAMPARINO:VIA I BLOCCHI E SOSPENDIAMO LAVORI

 

Roma, 3 dic. (Apcom) - "Credo che la strada del dialogo possa essere percorsa partendo da due principi. Il primo: nessuno può esercitare il diritto di veto su un progetto, che se restiamo ai fatti, è stato democraticamente deciso dalle autorità nazionali e internazionali. Il secondo: c'è il pieno diritto della popolazione locale di dire l'ultima parola su come il cantiere di preparazione per l'opera verrà organizzato sui disagi e sugli eventuali rischi".

Lo dice, in un'intervista a 'la Repubblica', il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, sottolineando che "se si accetta che non si può esercitare il diritto di veto e che le popolazioni hanno il diritto di reclamare la massima garanzia, allora si può passare alla fase successiva".

Intanto decine di persone sono al lavoro con le pale attorno al presidio "no tav" di Venaus per spazzare strade e sentieri dopo l'abbondante nevicata, almeno venti centimetri, durata da ieri pomeriggio fino a notte fonda. La notte è passata senza particolari tensioni: "E' tutto tranquillo - dice il sindaco di Venaus Danilo Durbiano - il presidio continua. E la gente si sta organizzando per resistere fino a Pasqua, non solo fino a Natale". Oggi al presidio è prevista, in tarda mattinata, la visita del leader dei verdi Alfonso Pecoraro Scanio".

In effetti manifestanti sembrano determinati a non mollare il controllo dei terreni dove dovrebbe insediarsi il cantiere per i lavori di costruzione del cunicolo esplorativo lungo 7 chilometri e largo dai 3 ai sei metri propedeutico alla costruzione della Tav Torino Lione. Ormai le caratteristiche del presidio sono più quelle di un bivacco ben protetto e permanente, con tende da campo, turni di guardia, rifornimenti regolari di cibo e bevande calde e falò accesi 24 ore su 24 che quello di una punto di incontro di manifestanti estemporaneo.

 

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giovedì, 01 dicembre 2005

Sono il Mose di Venezia, il Ponte sullo Stretto e l’Alta velocità ferroviaria in Val di Susa le grandi opere messe che hanno mobilitato le proteste più accese di ambientalisti, istituzioni e parti sociali. In difesa del patrimonio naturale dei territori coinvolti ma non solo. Chi si è arrampicato sui sentieri della Val di Susa per fermare le trivelle o ha alzato striscioni di protesta sui cantieri alle bocche di porto della laguna di Venezia ha rivendicato anche il proprio diritto di esserci, ricordando al governo che le decisioni sul destino di un territorio non si fanno senza coinvolgere le persone che ci vivono.

Non ci sono solo i "no" dietro alle contestazioni contro i cantieri bollenti che ci accompagnano verso la fine di questo 2005. Le storie di protesta dei movimenti sono intrecciate alle proposte: soluzioni alternative ambientalmente e socialmente più accettabili. A partire, sulla questione Tav in Val di Susa, dal potenziamento della linea ferroviaria esistente Torinio - Modane – Lione, che costerebbe un miliardo di euro contro i 15 dell’Alta velocità e sarebbe pronta in soli due anni (mentre per la Tav ce ne vorranno almeno15). O all’introduzione di una tassazione sul traffico stradale pesante per garantire lo spostamento delle merci su rotaia che renderebbe competitivo il trasporto ferroviario. Dal fronte dei comitati No Mose, le alternative proposte al mega-sistema di paratie di acciaio che saranno realizzate dal consorzio Venezia nuova sono all’insegna della gradualità e della reversibilità: come le navi autoaffondanti trainabili del progetto Arca o le paratoie a gravità progettate dai massimi esperti italiani dell’off shore.

Denominatore comune di questi progetti è un modo di pensare il progresso che passa innanzitutto attraverso la manutenzione dell’esistente, la visione sistemica del territorio e un senso della cosa pubblica che guarda anche al benessere dei cittadini, oltre alla semplice quadratura dei conti.
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giovedì, 01 dicembre 2005

Incubo TAV


La storia che voglio raccontarvi parla di grandi capitali e di piccoli uomini, di treni che correranno vuoti a 300 km/h dentro a gallerie scavate nell’uranio...
di Marco Cedolin, Data 1 dicembre 2005

 

La storia che voglio raccontarvi parla di grandi capitali e di piccoli uomini, di treni che correranno vuoti a 300 km/h dentro a gallerie scavate nell’uranio, di società private costituite con il denaro pubblico, piramidi di Cheope fatte di smarino e grattacieli di fibre d’amianto, di cittadini che difendono i propri diritti additati come canaglie e di canaglie senza scrupoli che si fingevano persone attente all’ambiente e ai diritti dei propri cittadini, di sindaci bastonati dalla polizia in una Valle decisa a resistere all’ennesimo stupro del proprio territorio, di come un grande investimento non produrrà altro che impoverimento, di quando le parole degli esperti vengono trasformate in sussurri ed il biascicare incompetente dei politici assurge a realtà incontrovertibile.

La storia inizia il 7 agosto 1991 con la nascita di Tav spa, la società a capitale misto pubblico e privato deputata a costruire in Italia quasi 900 km di linee ferroviarie per i treni ad alta velocità.

In realtà dopo il disastroso risultato economico del tunnel sotto la Manica non si riscontrava assolutamente traccia di privati disposti a rischiare il proprio capitale nella costruzione di grandi infrastrutture e quello di presentare Tav spa come una società a capitale misto era un mero artificio volto a far si che l’Italia potesse rispettare i parametri di Maastricht che imponevano il rapporto deficit-pil al 3%. Lo Stato garantì il finanziamento del 40% in conto capitale, mentre finanziò il restante 60% (quello di appannaggio dei privati) attraverso prestiti bancari, accollandosi gli interessi degli stessi fino al completamento dell’opera.

Il 10 marzo 1998 le Ferrovie di Stato che detenevano la maggioranza del capitale pubblico acquisirono il 100% di Tav spa e dal primo gennaio del 2003, ormai nell’ambito della “legge obiettivo” Tav spa è entrata nell’orbita di Infrastrutture spa, il cui azionista unico è la Cassa Depositi e Prestiti. Tutto questo gioco di scatole cinesi, nato una quindicina di anni fa dalla fervida fantasia dell’allora ministro del Bilancio Cirino Pomicino e perfezionato poi dal governo Berlusconi sotto il nome di “project financing” ha come unico scopo quello di permettere allo Stato di contrarre enormi debiti, senza però doverli iscrivere nel proprio Bilancio, evitando così che essi incidano nei parametri del Patto Europeo di stabilità. I privati esistono veramente ma rivestono il ruolo di General Contractor grazie al perfezionamento di un’altra “intuizione” del buon Cirino Pomicino.

Fiat IRI ed ENI (i General Contractor) sono concessionari con l’esclusione della gestione, hanno cioè tutti i poteri del committente pubblico nella gestione dei subappalti, nella direzione dei lavori, negli espropri, ma non hanno poi la gestione diretta dell’opera, (caso unico in Europa) per cui il loro solo interesse, essendo disancorati dalla successiva gestione, sarà quello di fare durare i lavori il più a lungo possibile al fine di fare levitare al massimo la spesa. Inoltre il General Contractor a differenza del concessionario tradizionale di lavori o servizi pubblici potrà affidare i lavori a chi vuole anche con trattativa privata ed essendo un privato non sarà mai perseguibile per corruzione, in quanto eventuali tangenti potranno essere giustificate sotto forma di “provvigioni”.

Un’architettura senza dubbio ingegnosa attraverso la quale si trasferisce tutto il rischio d’impresa dal privato allo Stato che alla fine dei lavori sarà però costretto a restituire i prestiti delle banche, aprendo così una voragine senza fondo nella quale precipiterà giocoforza la nostra già fragile economia.

La conseguenza di tutto ciò è che il progetto dell’Alta Velocità, presentato nel 1991 con un costo previsto di 26.180 miliardi di lire, rischierà invece di costare, una volta terminato in un lontano futuro, circa 80 miliardi di euro e gli italiani ne pagheranno i debiti fino al 2040 ad un ritmo di 2 miliardi e 300 milioni di euro l’anno.

Ci sarebbero molte altre cose da raccontare concernenti questi 14 anni nei quali il progetto Alta Velocità ha preso forma e mosso i suoi primi passi, anni nei quali la zona del Mugello è stata devastata dalle gallerie con conseguenze idrogeologiche irreversibili, anni nei quali personaggi legati a doppio filo alla politica e all’imprenditoria come Necci Lorenzo, Pacini Battaglia, Icalza Ercole e molti altri si sono spartiti tangenti miliardarie, sono stati indagati, hanno corrotto giudici, vinto e perso processi, il tutto continuando a mantenere sempre posizioni preminenti all’interno delle istituzioni. Anni di grossi guadagni per chi come l’attuale ministro delle infrastrutture Pietro Lunardi, attraverso la Roksoil azienda di famiglia si è aggiudicato un numero infinito di opere e consulenze o chi come Romano Prodi fondò la Nomisma, società bolognese indagata nel 1992 nell’ambito di una consulenza miliardaria sull’Alta Velocità, le cui conclusioni a fronte di un’analisi quanto mai approfondita e retribuita si manifestavano nell’enunciato che “la velocità fa risparmiare tempo”.

Anni nei quali 13.779 lavoratori impegnati nel progetto Tav hanno lavorato a ciclo continuo con turni che potevano impegnarli anche per 48 ore di seguito, in gallerie dove l’aria era inquinata, la luce poca ed i rischi molti, come molti sono stati fra loro gli operai deceduti in incidenti sul lavoro. Basti pensare che nei soli primi 6 mesi di lavori sulla tratta Torino - Novara si sono annoverati 350 infortuni dei quali 2 mortali.

Ma la storia che voglio raccontarvi è una storia ad Alta Velocità, dove non esiste tempo per soffermarsi a riflettere, valutare i giudizi degli esperti, confrontarsi con le istituzioni locali. Esiste solamente una montagna di denaro senza fine sulla quale gettarsi con voracità assassina ed una montagna di roccia da sventrare al più presto per garantire la sopravvivenza del bengodi.

Il progetto per la costruzione della Linea ferroviaria Alta Velocità - Alta Capacità Torino - Lione si è evidenziato fin da subito come il più scellerato ed economicamente dispendioso dell’intero programma Tav e la nostra storia vuole entrare nel merito delle motivazioni che hanno spinto decine di migliaia di persone ad osteggiarlo con veemenza fin dalla sua nascita.

L’intenzione dei progettisti è quella di costruire un tracciato che partendo da Settimo Torinese (periferia nord est di Torino) attraversi buona parte della Valle di Susa per poi sbucare in Francia attraverso un tunnel di 52 km sotto il massiccio dell’Ambin.

Tale tracciato accreditato come parte integrante di un fantomatico “Corridoio 5 Lisbona - Kiev” viene definito indispensabile ed irrinunciabile dalla maggior parte degli uomini politici di ogni razza e colore, nonché dalla Confindustria e da tutti i poteri forti che attendono di spartirsi le enormi somme di denaro garantite dall’opera per almeno i prossimi 15 anni.

Le ragioni addotte per suffragare la necessità assoluta del progetto si sono sempre limitate a demagogiche affermazioni secondo le quali la Torino - Lione sarebbe indispensabile al rilancio del Piemonte che senza di essa resterebbe isolato dall’Europa, oppure a proclami privi di fondamento secondo i quali l’opera risulta indispensabile per l’innovazione del sistema dei trasporti italiano e garantirà un enorme ritorno sia dal punto di vista economico che da quello occupazionale. E’ stata anche ventilata, in realtà senza troppa convinzione, la necessità di garantire attraverso l’opera la gestione del supposto futuro incremento dei flussi passeggeri e commerciali, nonché ipotizzato un futuro trasferimento alla rotaia del traffico su gomma tramite le navette in grado di trasportare i Tir, con conseguenze positive in termini d’inquinamento ambientale.

Quando le commissioni tecniche, scientifiche e gli esperti hanno iniziato nel corso degli anni ad analizzare il progetto nelle sue varie sfaccettature è però emersa una realtà in profonda distonia con le roboanti dichiarazioni della folta schiera di politici, pennivendoli e mestieranti vari che si sono prodigati e si prodigano nel tentativo di dare alla Torino - Lione una patente di “opera necessaria” che non ha assolutamente ragione di esistere.

Quella di un Piemonte isolato dal resto d’Europa è un’affermazione talmente assurda da meritare di albergare solo nella fantasia di una mente malata. Lungo la sola la Valle di Susa passano infatti attualmente circa il 35% delle merci che valicano le Alpi, troppe veramente per una regione in stato d’isolamento.

La Valle di Susa è una valle alpina larga in media solamente 1,5 km con abbondanza d’insediamenti abitativi ed industriali. Attraverso di essa già oggi passano un’autostrada, due strade statali, una linea ferroviaria passeggeri e merci a doppio binario, un fiume, molteplici strade provinciali, acquedotti, condutture del gas, linee elettriche aeree ed interrate. Dovrebbe essere evidente per chiunque come una realtà naturale già così fortemente violentata non sia assolutamente in grado di sostenere il peso di nuove pesanti infrastrutture, se non al prezzo di conseguenze disastrose sia per il territorio che per la qualità di vita di coloro che lo abitano.

La costruzione della Torino - Lione comporterà nella sola parte italiana l’estrazione dalle gallerie di 16 milioni di metri cubi di smarino (almeno 6 volte il volume della piramide di Cheope) per i quali occorreranno 2.500.000 passaggi di camion solo per stoccare nelle varie discariche i materiali di risulta. I recenti studi d’ingegneria dei trasporti affermano che quando tra una quindicina di anni l’opera sarà terminata solo l’1% dell’attuale traffico su gomma si trasferirà sulla ferrovia. La contropartita di questo deludente risultato sarà pagata in maniera salatissima dai cittadini della Valle e della cintura di Torino, in quanto si calcola che durante questi 15 anni almeno 500 camion circoleranno giorno e notte per il trasporto dei materiali di scavo dai tunnel ai luoghi di stoccaggio, con il conseguente aumento d’inquinanti, polveri e rumore.

Oltre ai grossi rischi di natura idrogeologica focalizzati nella bassa valle, ad elevato rischio alluvionale, le cui conseguenze potrebbero ripercuotersi in maniera drammatica anche sulla città di Torino, gli studi hanno messo in evidenza due punti di estrema criticità del progetto Alta Velocità - Alta Capacità Torino - Lione.

Il primo riguarda la galleria di 23 km Musinè/Gravio che dovrebbe attraversare un terreno caratterizzato da rocce ricche di amianto. Secondo le analisi commissionate dalla Rete Ferroviaria Italiana ai geologi dell’Università di Siena il volume previsto di materiale estratto contenente amianto dovrebbe essere di almeno 1.150.000 metri cubi.

Non risulta sia stato previsto alcun piano di sicurezza volto ad impedire la dispersione delle fibre d’amianto durante le fasi di lavorazione e di stoccaggio. La metà del materiale estratto contenente amianto (paragonabile per volume ad un grattacielo alto 400 metri) è previsto sia stoccata in un sito a cielo aperto nei pressi del comune di Almese, senza nessuna protezione e giocoforza esposto ai forti venti di fhon che spesso soffiano nella valle (mediamente per 40 giorni all’anno) in direzione Torino.

In un dossier curato dal dottor Edoardo Gays, oncologo dell’ospedale San Luigi di Orbassano viene sottolineato come l’amianto, riguardo al quale non esiste per l’uomo una soglia minima di tollerabilità, causa oltre ad altre affezioni il mesotelioma pleurico, un tumore maligno che si manifesta anche dopo 15, 20 anni dall’inalazione delle particelle, esso porta al decesso in media entro 9 mesi dal momento della diagnosi ed ha un tasso di mortalità nell’ordine del 100%.

Sempre il dottor Gays nel suo studio esprime grossa preoccupazione per le conseguenze degli scavi e dello stoccaggio dei materiali contenenti amianto sulla salute dei cittadini ed afferma che alla luce di queste condizioni le morti per mesotelioma rischieranno di aumentare di oltre 100 volte su scala regionale.

Il secondo punto critico è costituito dal tunnel di 52 km che dovrà correre sotto il massiccio dell’Ambin, preceduto da una galleria di prospezione lunga oltre 7 km e del diametro di 6 metri.

All’interno del massiccio dell’Ambin sono infatti presenti numerosi giacimenti di uranio, come documentato dal CNR fin dal 1965. Per maggior precisione il materiale presente è pechblenda, una forma particolarmente radioattiva.

Una parte dello smarino estratto sarà perciò con tutta probabilità carica di radioattività ed estremamente pericolosa sia in fase di scavo che di stoccaggio.

L’uranio si disperde nell’aria e può essere inalato, inoltre contamina le falde acquifere e va ad inquinare i corsi d’acqua che possono essere utilizzati per l’irrigazione. L’uranio se inalato o ingerito provoca contaminazione interna e può essere causa di linfomi e leucemie.

Occorre anche sottolineare che la distribuzione delle falde acquifere all’interno del massiccio dell’Ambin è estremamente complessa e le conseguenze degli scavi rischiano di compromettere gravemente il sistema idrografico dell’area, come già avvenuto nel corso degli scavi delle gallerie per la linea Alta Velocità Firenze - Bologna nella zona del Mugello.

Se alla luce delle analisi fin qui esposte il progetto della linea ferroviaria Alta Velocità - Alta Capacità Torino - Lione si dimostra in maniera incontrovertibile un’opera altamente pericolosa per la salute e l’incolumità dei cittadini, non solo della Valle di Susa ma anche della cintura torinese e del capoluogo stesso, anche gli studi inerenti all’utilità ed al ritorno economico del tracciato mostrano imbarazzanti incongruenze nel merito delle quali non si può evitare di entrare.

I traffici di lunga distanza sull’asse Lisbona - Kiev, che motiverebbero il concetto di “Corridoio 5” sono ad oggi irrilevanti. Il traffico passeggeri di lunga distanza si muove e si muoverà in aereo, poiché risulta ampiamente dimostrato come le ferrovie ad Alta Velocità non siano assolutamente competitive nelle distanze superiori ai 500 km.

I traffici merci di lunga distanza sono estremamente esigui, la velocità non è un requisito fondamentale (basta osservare il successo delle ferrovie statunitensi con velocità commerciali nell’ordine dei 30 km/h.) anzi contribuisce ad aumentare i costi a dismisura, favorendo sull’asse in oggetto l’alternativa marittima.

L’attuale linea ferroviaria Torino - Modane è oggi utilizzata solamente al 38% della sua capacità. Le navette predisposte per il caricamento dei Tir sono state usate solo durante il breve periodo di chiusura del Frejus, altrimenti partono ogni giorno vuote.

Gli unici due treni giornalieri del collegamento ferroviario diretto Torino - Lione sono stati soppressi per mancanza di passeggeri.

Una scarsità di traffico davvero disarmante per una direttrice così importante da giustificare l’investimento di 21 miliardi di euro (la metà dei quali di competenza italiana) al fine di dotarla di una linea ad Alta Velocità.

Negli anni passati, quando ancora la pesante crisi economica europea non si era manifestata in tutta la sua interezza, il governo aveva affidato ad una società molto quotata, la Setec Economie il compito di valutare i benefici dell’opera. Tale società aveva analizzato i volumi tendenziali di traffico per gli anni a venire, stimando con un ottimismo che alla luce della contrazione odierna del mercato non può che far sorridere, un volume di traffico che avrebbe dovuto attestarsi nel 2015 intorno ai 174 treni/giorno. La linea esistente, una volta effettuati gli interventi di potenziamento previsti, molti dei quali già in corso dovrebbe consentire già nel 2008 una capacità di circa 220 treni/giorno, un valore ampiamente compatibile con qualsiasi ottimistica previsione.

Alla luce di questi dati si stenta veramente a comprendere, se non nell’ottica della spartizione mafiosa dei finanziamenti pubblici, per quale arcana ragione anziché perseguire lo sfruttamento della linea attuale ottimizzandone le potenzialità, s’intenda invece portare a termine un progetto totalmente inutile come quello della linea ferroviaria Alta Velocità - Alta Capacità Torino - Lione, finalizzata ad una capacità di trasporto superiore di oltre 5 volte agli attuali livelli di traffico, oltretutto alla luce del fatto che detti livelli anziché in crescita esponenziale come si prevedeva nel passato sono scesi del 9% solamente nell’ultimo anno.

Appare inoltre lapalissiano come il costo esorbitante di un’opera di queste dimensioni, stimato in circa 11 miliardi di euro per la sola competenza italiana e passibile (come l’esperienza ci insegna) di ulteriori notevoli incrementi durante i 15 anni di lavori, non potrà assolutamente essere ammortizzato attraverso i ricavi derivanti da un traffico composto da elementi di sola fantasia. Tale costo ricadrà per forza di cose sulle spalle di tutta la collettività con effetti a dir poco disastrosi.

La storia che ho voluto raccontarvi si è ormai trasformata in pura cronaca di attualità, una cronaca che vede riproporsi la biblica lotta di Davide contro Golia.

Da un lato i cittadini della Valle di Susa e tutti gli abitanti dell’area torinese che hanno avuto la sensibilità e la capacità di riuscire a comprendere i termini del problema pur attraverso la disinformazione messa in atto dai grandi media asserviti alle ragioni della politica. Insieme a loro i sindaci dei comuni della Valle, alcuni studiosi, medici ed esperti che si manifestano quali spiriti liberi non aggiogati al carro dei potenti, nonché esigue frange della politica appartenenti ai Verdi ed a Rifondazione Comunista.

Dall’altro le arroganti falangi del potere, i ministri del governo insieme agli onorevoli dell’opposizione, fino ad arrivare al Presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso (donna che per l’occasione è giunta al punto di abiurare ogni parola esperita in tanti anni di militanza ambientalista) ed al sindaco di Torino Sergio Chiamparino.

Tutti uniti, coesi, forti di quella protervia che deriva loro dalla consapevolezza di poter gestire l’opinione pubblica attraverso le televisioni, i giornali e gli esperti compiacenti, convinti di potere reprimere ogni forma di protesta con la furia belluina della polizia e la militarizzazione del territorio.

Il primo scontro si è già svolto il 31 ottobre, quando il potere ha usato i manganelli della polizia per bastonare i tanti, tantissimi cittadini, nonché alcuni sindaci che si erano inerpicati sulla montagna sopra Monpantero nel tentativo d’impedire la conquista del primo lembo della loro terra, sul quale sarebbe stata installata la prima trivella a sancire di fatto l’inizio dell’opera.

Il lembo di terra è stato conquistato solo con l’ausilio dell’inganno, in maniera probabilmente illegale ed è ora presidiato dalla polizia. Le trivelle non hanno ancora potuto mettersi in moto ma la Presidente della regione Piemonte Mercedes Bresso ed il sindaco di Torino Sergio Chiamparino si sono già espressi con durezza, affermando che la ferrovia Alta Velocità - Alta Capacità Torino - Lione si farà in ogni caso, poiché si tratta di un progetto irrinunciabile e nessun tipo di protesta riuscirà ad impedirne la realizzazione.

In risposta al rifiuto di ogni dialogo che non passi attraverso l’uso dei manganelli da parte delle istituzioni, il 16 novembre tutta la Valle di Susa si è fermata, unita in uno sciopero generale contro l’ennesima violenza perpetrata nei confronti del territorio e dei suoi abitanti. Almeno 80.000 persone di tutte le età e di tutti i ceti sociali hanno ribadito pacificamente ma con estrema fermezza il proprio no alle trivellazioni e alla militarizzazione della loro terra.

La storia ovviamente non finisce qui e come tutte le storie potrà riservare infinite sorprese anche a coloro che si sentono onnipotenti quando tengono in mano il bastone del potere. I contestatori NO TAV della Valle di Susa potrebbero un giorno di questi apparire al resto d’Italia nella loro veste reale, non uno sparuto gruppo di estremisti ecologisti, no global, luddisti, nemici del progresso, bensì semplicemente tanti cittadini coraggiosi disposti a mettersi in gioco e lottare per difendere i loro diritti, la propria salute e la propria terra. Quel giorno potrebbero diventare tantissimi e poi ancora di più, così tanti da uscire dall’invisibilità nella quale si è cercato per lungo tempo di nasconderli, troppi perché i poliziotti possano bastonarli tutti, ed allora forse inizierà una storia diversa che parlerà di treni costruiti per essere utili alla qualità di vita dell’uomo e non di uomini sacrificati nel nome dei treni e della velocità.

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giovedì, 01 dicembre 2005

articolo comparso oggi 1 dicembre 2005 sull'Unità

Alta velocità in Val di Susa, attesi in 30mila per fermare l'inizio dei lavori
di Tonino Cassarà

La protesta contro l’Alta velocità non si ferma. Oltre mille persone hanno trascorso la notte, nella sala consiliare e in altre strutture pubbliche. Chi invece non ha trovato posto al coperto ha atteso l’alba intorno ai falò nella campagna di Venaus, in Valle di Susa, malgrado la neve, davanti all'area dove mercoledì dovrebbe essere aperto il cantiere della Torino-Lione. Si tratta, secondo i tecnici solo di un cunicolo esplorativo di una decina di chilometri, ma per i valligiani sarebbe invece un vero e proprio tunnel, quindi una parte integrante dell’opera.

In tanti, martedì sera, avevano deciso di rimanere a Venaus e continuare la protesta intorno ai luoghi dove i lavori per la Tav stanno per iniziare. I siti tecnici sono scortati dalla polizia e probabilmente saranno espropriati in mattinata per dare l’avvio dei sondaggi nel terreno. Già all’alba si è creata la colonna umana che da Susa si sta dirigendo verso Venaus. Il posto di blocco è stato riposizionato subito dopo Susa. Ma i manifestanti non si sono fermati e hanno continuato a salire seguendo percorsi alternativi non ancora bloccati dalla polizia. Lunghe colonne di auto parcheggiate ai lati della strada che porta alla frazione Berno hanno segnalato già a parecchie centinaia di metri dall'area del cantiere la presenza di migliaia di dimostranti. Secondo i sindaci della Valle di Susa, a manifestare contro la Tav potrebbero essere presenti 20-30 mila persone.

Il consiglio comunale di Aosta ha dato la sua solidarietà con i manifestanti di Venaus e di contrarietà alla Tav. I comitati valdostani contemporaneamente hanno bloccato il tunnel del Bianco. La motivazione si trova scritta sullo striscione: “No Tav, non in nome nostro”.

La notte è trascorsa senza incidenti. «In mattinata si svolgerà un consiglio comunale aperto – dice il sindaco di Vaie, Lionello Gioberto- Alcuni sindaci della valle invece cercheranno di essere di stare in mezzo ai manifestanti per cercare di far prevalere la calma. Come era prevedibile, siamo in tantissimi, ma anche le forze dell’ordine sono tante». Intanto al presidio sono arrivati i consiglieri provinciali e regionali che non si riconoscono con il progetto dell’alta velocità, e quelli che non accettano le modalità finora utilizzate per l’avvio delle procedure necessarie ai sondaggi preliminari e chiedono un diretto coinvolgimento dei cittadini e degli amministratori ad ogni iniziativa che li riguarda direttamente.

I manifestanti assediano il cantiere di Venaus, dove sono arrivati i primi tecnici della CMC, la ditta incaricata di eseguire i lavori del tunnel esplorativo. Divisi da un piccolo corso d'acqua, dietro le recinzioni in plastica, decine di uomini delle forze dell' ordine in assetto antisommossa proteggono l'area. Nei campi intorno al cantiere c'é un continuo viavai di gruppi di dimostranti, che hanno piantato nel terreno delle croci con la scritta No Tav. Sin da stanotte gruppi di manifestanti come unica risposta alle forze dell’ordine, hanno intonato la canzone partigiana "Bella ciao".

In questo momento, Ferrentino e gli altri esponenti del comitato “No tav” hanno iniziato le trattative su richiesta dei carabinieri, per permettere di cambiare turno ai militari che sono lì da 11 ore. Il clima è sufficientemente disteso. Un signore anziano di Condove ha avuto un infarto ed è stato soccorso e portato in ospedale a Susa. Il sole ha scaldato un po’ la temperatura e ha sciolto in parte la neve, caduta nella notte, ma i falò rimangono comunque accesi e il servizio vettovaglie dei comitati è in piena attività. Stanno distribuendo vin brulè e colazione per tutti: caffè, cioccolato, latte. Anche tra i manifestanti, ci sono persone che sono in piedi ininterrottamente da due giorni.

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